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sabato 22 dicembre 2012

SE LO SPREAD È ANCHE AGRICOLO

Fonte: Ufficio Stampa Cia Ferrara  

Le speculazioni finanziarie sui prodotti agricoli rischiano di superare i limiti di sostenibilità. Cia di Ferrara fa il punto sul differenziale dei prezzi dei prodotti al consumo e quelli pagati agli agricoltori

La crisi generale ha trasformato il termine spread in un vocabolo di uso comune, riferito abitualmente al temuto differenziale tra i nostri BTP (Buoni del Tesoro Pluriennali) e i Bund tedeschi. Meno comune, ma altrettanto attuale, è quello che alcuni esperti hanno iniziato a definire “spread agricolo”. E’ la differenza sostanziale tra i prezzi che vengono pagati agli agricoltori, a seguito del conferimento e la commercializzazione dei loro prodotti e quelli che si trovano a pagare i consumatori della piccola e grande distribuzione, al momento dell’acquisto. Un differenziale preoccupante che negli ultimi anni ha continuato a salire, incidendo fortemente sui redditi degli agricoltori e sugli altri attori della filiera, arrivando direttamente a influenzare il peso commerciale del carrello quotidiano della spesa. Il presidente provinciale di Cia Ferrara, Lorenzo Boldrini, ha fatto il punto su questa preoccupante forbice di prezzi e sulla speculazione finanziaria dalla quale deriva. «In questo periodo di acquisti e spese in vista delle feste natalizie non si può fare a meno di interrogarsi sui prezzi pagati per gli acquisti di prodotti agricoli – afferma Boldrini – e soprattutto del motivo per cui esiste un divario così consistente tra il primo e l’ultimo anello della catena commerciale. Non si tratta unicamente di un problema di lunghezza della filiera. Perché a guadagnarci non sono certamente le aziende agricole ma nemmeno i diversi intermediari hanno avuto enormi profitti nell’ultimo anno. Allora, chi ci guadagna? Potremmo dire - continua il presidente Cia - che il problema è a monte e si chiama: speculazione finanziaria. In Borsa si scommette ormai sui prodotti agricoli primari, le cosiddette commodity – continua Boldrini – attraverso i Future, contratti in cui le due controparti si impegnano a comprare e vendere un determinato bene ad un prezzo prefissato e a una data predefinita futura, appunto. Strumenti di per sé virtuosi perché nati con l’obiettivo di proteggere il settore agricolo dai rischi della fluttuazione dei prezzi – in sostanza si rinunciava a quotazioni elevate per avere, in cambio, una copertura del rischio - ma che nel corso del tempo sono degenerati e sono stati utilizzati da grandi gruppi finanziari per ottenere guadagni sulla pelle di agricoltori e consumatori. Meccanismi speculativi che poi si riflettono su tutti gli attori della filiera agricola, fino alla grande distribuzione. Perché se sul mercato globale si specula, gli altri per sopravvivere non possono che speculare di rimando, un atteggiamento profondamente sbagliato e rischioso. Se i prezzi dei prodotti che acquistiamo sono alti e gli agricoltori sono insoddisfatti del prezzo pagato alla produzione non si tratta, dunque – spiega Boldrini – di un problema che riguarda unicamente l’eccessiva lunghezza della catena commerciale. Certo accorciare la filiera è un bene, così come la vendita diretta è un ottimo sistema distributivo. Ma la maggior parte degli agricoltori conferisce e commercializza attraverso canali diversi ed è questa maggioranza di imprenditori che va tutelata. Noi chiediamo a chi ci governa e a chi ci governerà nei prossimi anni di operare con adeguati strumenti normativi per impedire che le speculazioni finanziarie sul settore agricolo raggiungano livelli ancora più insostenibili.

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