Fonte: Coldiretti Ferrara
Rendere più flessibile il sistema per incentivare l’occupazione e dare ancora più sostanza alla crescita di posti di lavoro in agricoltura,unico settore con variazione positiva del PIL tendenziale.
“Apprezziamo il pragmatismo e l’impegno per la semplificazione e per rendere il sistema piu’ flessibile che traspare nell’impostazione generale del provvedimento”. E’ quanto ha affermato il presidente della Coldiretti Sergio Marini nel corso dell’incontro delle parti sociali con il Ministro del Lavoro Enrico Giovannini su “Interventi urgenti in materia di occupazione”. E’ importante - ha sottolineato Marini - la volontà’ di dare un significato politico all’appuntamento dell’EXPO con provvedimenti sull’occupazione che aiutano a traguardare una scadenza rilevante per dare evidenza al Made in Italy nel mondo. L’agricoltura - ha precisato Marini - è l’unico settore che dimostra segni di vitalità economica con una variazione tendenziale positiva del Pil (+0,1 per cento) ed un aumento degli occupati dipendenti complessivi (+0,7 per cento), in netta controtendenza rispetto agli altri settori nel primo trimestre dell’anno. Un risultato ottenuto grazie alle esportazioni che - ha precisato Marini - sono cresciute dell’ 8,2 per cento per i prodotti agro alimentari nel primo quadrimestre dell’anno mentre crollano settori storici come l’auto. La campagna sta vivendo una straordinaria fase di attenzione da parte dei giovani ed è importante il mantenimento in forma semplificata del sistema dei voucher, cosi come sarebbe opportuno il superamento del regime de minimis per consentire le agevolazioni previste per l’apprendistato in agricoltura ma soprattutto per poter beneficiare delle risorse previste per la sicurezza negli ambienti di lavoro. Alle imprese agricole è inoltre in parte preclusa la possibilità di ospitare giovani tirocinanti e offrire quindi l’opportunità anche a studenti di effettuare brevi esperienze full immersion in una realtà di impresa. La restrizione che per ospitare un tirocinante l’impresa debba avere alle proprie dipendenze almeno un dipendente a tempo indeterminato comporta, in un settore nel quale molte imprese utilizzano solo manodopera familiare o a tempo determinato, l’impossibilità di dare corso a questa esperienza. E’ necessario quindi - ha concluso il Presidente della Coldiretti - superare l’interpretazione della normativa vigente per assecondare e favorire il ritorno alla campagna di tantissimi giovani.
mercoledì 19 giugno 2013
COLDIRETTI, SUL VERO OLIO D’OLIVA IL PARADOSSO DELL’ANTITRUST CHE METTE IN DISCUSSIONE UNA NORMA A TUTELA DI PRODUTTORI E CONSUMATORI
Fonte: Coldiretti Ferrara
Far conoscere in etichetta il vero olio made in Italy, secondo l’antitrust potrebbe danneggiare i consumatori e favorire la concorrenza sleale delle imprese agricole nei confronti degli importatori di oli di bassa qualità. Sono queste le sorprendenti conclusioni dell’autorità garante.
Evitare che il cittadino porti in tavola olio di scarsa qualità spacciato per italiano vorrebbe dire, in realtà, danneggiarlo. E valorizzare il vero extravergine made in Italy prodotto dalle imprese agricole è concorrenza sleale verso chi importa prodotti dall’estero a basso costo per rivenderlo come nazionale. Sono le conclusioni, quanto meno paradossali, a cui è giunta l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la quale ha messo in discussione il testo della legge sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini (l. 14 gennaio 2013, n.9). Secondo l’Antitrust la norma non sarebbe applicabile perché in contrasto con le disposizioni procedurali previste dall’Unione europea sull’adozione di norme tecniche e, udite udite, perché non conforme alle norme sulla concorrenza sleale e sulla tutela del consumatore. Sulla faccenda è stata presentata un’interrogazione parlamentare con la quale gli on. Mongiello, Realacci, Russo ed altri hanno sollecitato un intervento del Ministro delle politiche agricole e hanno preso le distanze dalle osservazioni dell’Autorità, sottolineando che le norme della legge n. 9 hanno come fine primario quello di tutelare l’olio extravergine di oliva contro i rischi di frode e contraffazione: pericoli, questi, sempre in agguato, per un prodotto agroalimentare italiano così pregiato e consumato. La legge n. 9, si ribadisce, intende ampliare la trasparenza e la legalità nella filiera degli oli di oliva vergini, con l’obiettivo di rafforzare la competitività delle imprese agricole italiane e di trasmettere informazioni chiare e dettagliate ai consumatori. Le segnalazioni dell’Antitrust non possono essere condivise, anche perché l’Autorità ha omesso di valutare che tra le finalità precipue della legge vi è quella di assicurare il corretto funzionamento del mercato degli olii di oliva vergini e di introdurre strumenti di controllo giustificati da esigenze di interesse generale concernenti, inparticolare, la tutela della collettività da fenomeni di criminalità organizzata nel settore agroalimentare. Infatti, l’Antitrust si è limitata a rilevare un vizio procedurale che impedirebbe l’applicazione della legge, senza, tuttavia, considerare che la Commissione europea non ha opposto obiezioni, se non in relazione a due sole disposizioni. Quanto alla previsione, contenuta nella legge, di porre condizioni e limiti alle vendite sottocosto, l’Autorità ha formulato parere negativo: eppure, questa operazione commerciale, realizzata in modo sistematico, è in grado di nuocere ad un sistema di concorrenza leale, pregiudicando, così, le imprese virtuose che, per questo, affrontano sacrifici economici maggiori. Al fine di tutelare il consumatore, la legge n. 9, stabilisce, inoltre, che non possono essere utilizzate indicazioni ingannevoli relativamente alla zona geografica di origine degli oli vergini di oliva. Ma, anche in questo caso, l’Autorità ha manifestato le proprie perplessità
Far conoscere in etichetta il vero olio made in Italy, secondo l’antitrust potrebbe danneggiare i consumatori e favorire la concorrenza sleale delle imprese agricole nei confronti degli importatori di oli di bassa qualità. Sono queste le sorprendenti conclusioni dell’autorità garante.
Evitare che il cittadino porti in tavola olio di scarsa qualità spacciato per italiano vorrebbe dire, in realtà, danneggiarlo. E valorizzare il vero extravergine made in Italy prodotto dalle imprese agricole è concorrenza sleale verso chi importa prodotti dall’estero a basso costo per rivenderlo come nazionale. Sono le conclusioni, quanto meno paradossali, a cui è giunta l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, la quale ha messo in discussione il testo della legge sulla qualità e la trasparenza della filiera degli oli di oliva vergini (l. 14 gennaio 2013, n.9). Secondo l’Antitrust la norma non sarebbe applicabile perché in contrasto con le disposizioni procedurali previste dall’Unione europea sull’adozione di norme tecniche e, udite udite, perché non conforme alle norme sulla concorrenza sleale e sulla tutela del consumatore. Sulla faccenda è stata presentata un’interrogazione parlamentare con la quale gli on. Mongiello, Realacci, Russo ed altri hanno sollecitato un intervento del Ministro delle politiche agricole e hanno preso le distanze dalle osservazioni dell’Autorità, sottolineando che le norme della legge n. 9 hanno come fine primario quello di tutelare l’olio extravergine di oliva contro i rischi di frode e contraffazione: pericoli, questi, sempre in agguato, per un prodotto agroalimentare italiano così pregiato e consumato. La legge n. 9, si ribadisce, intende ampliare la trasparenza e la legalità nella filiera degli oli di oliva vergini, con l’obiettivo di rafforzare la competitività delle imprese agricole italiane e di trasmettere informazioni chiare e dettagliate ai consumatori. Le segnalazioni dell’Antitrust non possono essere condivise, anche perché l’Autorità ha omesso di valutare che tra le finalità precipue della legge vi è quella di assicurare il corretto funzionamento del mercato degli olii di oliva vergini e di introdurre strumenti di controllo giustificati da esigenze di interesse generale concernenti, inparticolare, la tutela della collettività da fenomeni di criminalità organizzata nel settore agroalimentare. Infatti, l’Antitrust si è limitata a rilevare un vizio procedurale che impedirebbe l’applicazione della legge, senza, tuttavia, considerare che la Commissione europea non ha opposto obiezioni, se non in relazione a due sole disposizioni. Quanto alla previsione, contenuta nella legge, di porre condizioni e limiti alle vendite sottocosto, l’Autorità ha formulato parere negativo: eppure, questa operazione commerciale, realizzata in modo sistematico, è in grado di nuocere ad un sistema di concorrenza leale, pregiudicando, così, le imprese virtuose che, per questo, affrontano sacrifici economici maggiori. Al fine di tutelare il consumatore, la legge n. 9, stabilisce, inoltre, che non possono essere utilizzate indicazioni ingannevoli relativamente alla zona geografica di origine degli oli vergini di oliva. Ma, anche in questo caso, l’Autorità ha manifestato le proprie perplessità
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COLDIRETTI, COMMERCIO ESTERO, VOLA L’EXPORT AGROALIMENTARE ITALIANO
Fonte: Coldiretti Ferrara
Incrementi a due cifre per i prodotti made in Italy sui mercati esteri. Si conferma il trend positivo per i prodotti base delladieta mediterranea.
Volano i prodotti alimentari e le bevande Made in Italy all’estero che fanno segnare un aumento del 12,5 per cento accompagnato da un incremento del 15,4 per cento delle esportazioni di prodotti agricoli. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero ad aprile che confermano la strategicità del buon cibo italiano nel trainare la ripresa economica in una situazione in cui anche le esportazioni complessive sono risultate stagnanti ad aprile. Il risultato del comparto è positivo anche se si considerano i risultati del primo quadrimestre dell’anno in cui le esportazioni sono cresciute dell’8,3 per cento per gli alimentari e del 7,9 per cento per i prodotti agricoli. Si tratta di un trend positivo che conferma l’andamento dello scorso anno con il record di 31,8 miliardi di euro di fatturato all'estero fatto registrare dall’agroalimentare nazionale. Il vino è il prodotto agroalimentare piu’ esportato con un valore record di 4,7 miliardi di euro nel 2012 seguito dall’ortofrutta fresca, dalla pasta e dall’olio di oliva che sono i componenti base della dieta mediterranea riconosciuta in tutto il mondo per le sue qualità salutistiche.
Incrementi a due cifre per i prodotti made in Italy sui mercati esteri. Si conferma il trend positivo per i prodotti base delladieta mediterranea.
Volano i prodotti alimentari e le bevande Made in Italy all’estero che fanno segnare un aumento del 12,5 per cento accompagnato da un incremento del 15,4 per cento delle esportazioni di prodotti agricoli. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio estero ad aprile che confermano la strategicità del buon cibo italiano nel trainare la ripresa economica in una situazione in cui anche le esportazioni complessive sono risultate stagnanti ad aprile. Il risultato del comparto è positivo anche se si considerano i risultati del primo quadrimestre dell’anno in cui le esportazioni sono cresciute dell’8,3 per cento per gli alimentari e del 7,9 per cento per i prodotti agricoli. Si tratta di un trend positivo che conferma l’andamento dello scorso anno con il record di 31,8 miliardi di euro di fatturato all'estero fatto registrare dall’agroalimentare nazionale. Il vino è il prodotto agroalimentare piu’ esportato con un valore record di 4,7 miliardi di euro nel 2012 seguito dall’ortofrutta fresca, dalla pasta e dall’olio di oliva che sono i componenti base della dieta mediterranea riconosciuta in tutto il mondo per le sue qualità salutistiche.
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martedì 18 giugno 2013
AUDIZIONE DEL MINISTRO DE GIROLAMO SULLA RIFORMA DELLA POLITICA COMUNE DELLA PESCA
Fonte: Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali
L’audizione di oggi del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Nunzia De Girolamo sulla Riforma della Politica comune della Pesca
“Signori Presidenti, Onorevoli Colleghi e Senatori, l’audizione di oggi ha l’obiettivo di illustrare le linee principali della riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) e le azioni strategiche che intendo promuovere per offrire risposte concrete alle necessità della pesca italiana che da anni versa in uno stato di grave crisi socio-economica. La proposta di riforma è stata elaborata, com’è noto, dalla Commissione Europea attraverso una prima fase di consultazioni pubbliche, che si sono concluse due anni fa e che hanno evidenziato la necessità di una revisione delle misure di gestione della pesca, in un’ottica di maggior collegamento anche con gli strumenti della politica di mercato e del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP).In particolare, l’originaria proposta di regolamento presentata dalla Commissione nel luglio del 2011, è stata oggetto di successivi approfondimenti, dibattiti e modifiche al fine di corrispondere agli esiti delle negoziazioni con gli Stati membri ed alle risultanze dei ‘triloghi’. Finalmente possiamo dire che, alla fine dello scorso mese di maggio, l’accordo è stato raggiunto. Prima di illustrare i risultati conseguiti a seguito del confronto tra Parlamento e Consiglio dell’Unione Europea, ritengo opportuno ricordare alcuni punti salienti della proposta originaria della Commissione, che mirava ad innovare un quadro regolamentare ormai decennale e, certamente, non più adeguato ai cambiamenti che hanno interessato il comparto della pesca degli Stati membri. Tra le proposte della Commissione che destavano maggiori perplessità vi era, da un lato, l’ipotesi di immediata e generalizzata applicazione del principio del “rendimento massimo sostenibile”, che consiste in una gestione degli stock ittici caratterizzata dalla possibilità di cattura di quantitativi tali da non intaccare la capacità naturale di riproduzione delle specie; dall’altro, la proposta di introdurre il divieto di rigetto in mare in modo indifferenziato, senza correlazione con le diverse tipologie di attività di pesca e senza rivalutare le motivazioni per le quali erano state escluse, finora, le catture di dimensione inferiore alla taglia legale minima e le specie per le quali la domanda di mercato è praticamente inesistente. Nel corso delle negoziazioni, la delegazione italiana, condividendo ed apprezzando gli obiettivi sottesi alla riforma della PCP nel suo complesso, in quanto volti ad una maggiore protezione delle risorse ittiche e dell’ecosistema marino nel lungo termine, ha sempre sottolineato la necessità di contemperarne i principi con l’esigenza di tutelare le imprese e l’occupazione in un settore che per il nostro Paese ha un’innegabile valenza storica, culturale e tradizionale, oltre che un’importanza socio-economica nevralgica. Pertanto, ho proseguito la via negoziale del Ministro Catania, conseguendo nell’intesa finale, raggiunta il 30 maggio scorso, alcuni decisivi risultati di miglioramento della proposta di riforma della PCP che, rispetto all’ipotesi originaria, è stata resa indubbiamente più adeguata alle realtà particolari della nostra flotta da pesca operativa nel Mar Mediterraneo e cioè in un contesto ambientale e socio-economico totalmente differente rispetto a quello dei mari del Nord o di altre zone marine dove le risorse ittiche e le tecniche di prelievo sono nettamente diverse. Finalmente posso dire che le richieste italiane in tal senso risultano in larga misura recepite e ci tengo ad illustrare quelle di maggiore rilievo. In relazione alla gestione della pesca secondo il criterio del “rendimento massimo sostenibile” posso dichiarare che verrà applicato a partire soltanto dal 2015 e che, entro il 2020, dovranno essere acquisite tutte le disponibilità e le risultanze dei necessari dati scientifici per la definizione dei limiti massimi di cattura per ogni stock ittico. Per quanto riguarda il divieto dei rigetti in mare, abbiamo ottenuto, in fase finale, l’inserimento della previsione di una soglia di tolleranza (che passerà dal 7 al 5 per cento delle catture totali) e la fissazione di un calendario di entrata in vigore del divieto differenziato a seconda delle specie ittiche oggetto di cattura. Tale divieto si applicherà, inoltre, soltanto alle specie per le quali è stabilita una taglia minima di cattura dal regolamento del Consiglio sulle misure tecniche per la pesca nel Mar Mediterraneo: anche questa è una richiesta per la quale l’Italia si è battuta fino a vederla accolta nell’accordo. Un altro risultato importante riguarda l'arresto temporaneo delle attività di pesca che è stato inserito nella lista delle misure tecniche ritenute valide per un’adeguata protezione delle risorse ittiche. Questo è un riconoscimento che voglio sottolineare perché è stato da sempre indicato come necessario da parte di tutte le associazioni professionali quale strumento idoneo alla tutela del nostro mare e ci consente di confermare la misura del fermo temporaneo della pesca, contando su circa 8 milioni di euro all'anno di cofinanziamento comunitario, per compensare il reddito degli armatori di 2.500 imbarcazioni italiane che esercitano la pesca a strascico. Con questi adeguamenti chiesti ed ottenuti, posso dire che siamo giunti ad una buona riforma della Politica Comune della Pesca che si prevede possa entrare in vigore già dal prossimo gennaio. In tale quadro, è stato ritenuto opportuno che nella nuova PCP fosse mantenuto anche il riconoscimento della necessità di rilancio delle attività di acquacoltura, principalmente con l’obiettivo di svilupparne la competitività, promuovendo le produzioni di qualità che possono favorire il rafforzamento delle posizioni di mercato, soprattutto rispetto ai Paesi extraeuropei che, per quanto riguarda le pratiche d’allevamento, hanno standard di salubrità e tutela del consumatore oggettivamente inferiori a quelli comunitari e nazionali. I risultati raggiunti nell’intesa finale, che ho sintetizzato anche in considerazione dei tempi previsti per questa audizione, non erano assolutamente scontati, ma le trattative italiane sono state determinate e costanti fino all’ultimo. L’eventualità di non vederle accolte è stata sventata e quanto ottenuto è importante soprattutto se pensiamo che la riforma della PCP arriva nel contesto di grave recessione socio-economica che investe tutti i settori produttivi nazionali, ma che nello specifico settore della pesca ha anche innegabili precedenti fattori di crisi che perdurano con conseguenze implosive molto difficili da risanare. Sono pienamente consapevole di dovermi perciò far carico di questa situazione problematica che si trascina e che impone ora un impegno diretto e indifferibile. E’ mia intenzione, quindi, avviare e seguire nei prossimi mesi il complesso lavoro che dovrà essere svolto per mettere in atto una strategia efficace di applicazione della nuova PCP alla realtà italiana e, a tal fine, chiederò la più stretta collaborazione da parte del mondo scientifico e delle organizzazioni di categoria. Ci tengo a sottolineare che, nell’obiettivo di dare ossigeno al settore della pesca, la chiusura dell’accordo sulla riforma della PCP non esaurisce il mio impegno a livello comunitario. Ritengo che molte altre regole e strumenti giuridici europei debbono essere riformati. Ho intenzione, infatti, di proseguire il dialogo con la Commissione europea e con gli altri Paesi membri coinvolti, per aprire una seria ed attenta riflessione sui contenuti dello specifico Regolamento per la pesca nel Mediterraneo che è in vigore dal 2006 e che è tempo di cambiare in più parti. Gli operatori della pesca e le loro rappresentanze hanno, infatti, insistentemente segnalato che si tratta di un regolamento comunitario oggettivamente troppo complesso e, per taluni aspetti, eccessivamente penalizzante per i pescatori. Tenendo conto delle fasi preparatorie e dei tempi necessari al sistema decisionale europeo, mi muoverò immediatamente sull’argomento affinché le risultanze del confronto possano essere poi formalmente discusse nel semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, che si aprirà il 1° luglio dell’anno prossimo. Voglio ora ricordare che, in ambito comunitario, è stata anche varata la riforma dell’Organizzazione comune di mercato per i prodotti della pesca. L’obiettivo qualificante è quello di migliorare il rapporto delle imprese di pesca con il mercato, attraverso l'azione delle organizzazioni di produttori, e di valorizzare il prodotto pescato nelle acque comunitarie rispetto alle importazioni. Dobbiamo, infatti, tener presente che più del 60% dei consumi ittici dell’Unione Europea sono coperti dalle importazioni provenienti da Paesi terzi e, pertanto, ritengo di rilevanza strategica l’adozione di iniziative volte a garantire ai consumatori una corretta informazione sui prodotti ittici. La riforma dell’Organizzazione comune di mercato ci consentirà di far sì che trasparenza, tracciabilità e qualità dei prodotti non siano soltanto dei proclami, ma diventino strumenti di controllo e, soprattutto, di promozione della produzione ittica italiana. Per quanto riguarda la proposta di regolamento per il nuovo Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP), rilevo che la proposta di regolamento, presentata dalla Commissione Europea nel dicembre del 2011, introduce nuove possibilità e misure a beneficio del settore come l’aumento del tasso di finanziamento in favore della piccola pesca, la salvaguardia dell’occupazione, l’avviamento delle imprese, la formazione professionale, l’eco-innovazione, la cooperazione tra pescatori e ricercatori e la promozione dell’acquacoltura. Senza dubbio, il punto più dibattuto tra i Ministri, e su cui la trattativa ha rischiato un clamoroso fallimento, è stato quello riguardante gli aiuti pubblici per le flotte. La proposta originaria prevedeva, infatti, la soppressione, a partire già dal 1° gennaio 2014, degli incentivi per la sostituzione dei motori e per l’arresto definitivo (in pratica la demolizione delle imbarcazioni che assicura un ricambio di unità nella flotta e consente di controllare lo sforzo di pesca), ma anche l’eliminazione delle compensazioni per il fermo temporaneo delle attività di pesca. La posizione della Commissione ha trovato un forte sostegno da parte di un gruppo di Stati membri, con la Germania in prima fila, al quale si sono contrapposti il nostro Paese, la Francia e la Spagna. Alla fine, si è imposta la proposta di mediazione avanzata dalla delegazione italiana per un “phasing out” degli aiuti per le demolizioni, che sono stati confermati sino al 2017 in termini di impegni di spesa, con la possibilità di effettuare i pagamenti sino al 2019 e, quindi, facendo slittare in avanti nel tempo la soppressione di questi incentivi. L'Italia ha ottenuto l'estensione sino al 2020 degli incentivi comunitari per il fermo biologico annuale, regolati nel quadro dei piani di gestioni nazionali già in vigore per il Mar Mediterraneo e riconfermati, come ho già detto, nella lista delle misure riconosciute valide dalla nuova PCP al fine della tutela delle risorse ittiche. Il Consiglio ha anche deciso che l'ammontare degli aiuti per la flotta, compresi quelli destinati alla sostituzione dei motori, non potrà superare una soglia pari al 15% dell'intera dotazione del FEAMP che sarà assegnata agli Stati membri. Il testo dell'intesa raggiunta tra i Ministri prevede alcune positive misure specifiche a favore dei pescatori più giovani, dello sviluppo delle comunità costiere e del rilancio dell'acquacoltura cui ho già accennato. Per i giovani pescatori è stato previsto un contributo sino ad un massimo di 50 mila euro per l'acquisto di imbarcazioni. La strada che resta da fare verso la definitiva approvazione del FEAMP è ancora lunga. Infatti, solo nel prossimo mese di luglio la Commissione pesca del Parlamento europeo licenzierà il progetto di risoluzione legislativa, che verrà sottoposto al voto dell'Assemblea plenaria in autunno. Comunque, nel corso del semestre della Lituania alla presidenza dell’Unione europea, che avrà inizio il 1° luglio prossimo, il Consiglio agricoltura e pesca dell’Unione ritornerà necessariamente a discutere sulla proposta di regolamento relativa al FEAMP. In particolare, dovranno essere affrontate le questioni finanziarie. Nell'occasione, sarà determinata in via definitiva la dotazione finanziaria finale del FEAMP per l'intero periodo di programmazione 2014-2020, sulla base dell’intesa raggiunta dai Capi di Stato e di Governo in ordine al prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione Europea. Di conseguenza, il Consiglio dovrà decidere sui criteri di ripartizione delle risorse tra gli Stati membri. La delegazione italiana ha già fatto presente che non potranno essere accettate decurtazioni rispetto alla chiave di ripartizione del FEP, il Fondo europeo per la pesca in scadenza alla fine di quest'anno. Con il FEP, l'Italia ha ottenuto circa 424 milioni di euro, poco meno del 10% sulla disponibilità globale 2007-2013. Pertanto, in sintesi conclusiva, sulla proposta di riforma del FEAMP è stato raggiunto un accordo politico di massima e l’impegno istituzionale è ora concentrato sui lavori di stesura del testo che dovrà tradurre l’intesa in documento formale e definitivo. Tuttavia, è evidente che continuerò ad oppormi a qualsiasi tentativo di sacrifici finanziari a carico dell’Italia e mi impegnerò ad ottenere la conferma dell’ammontare delle assegnazioni finanziarie per il settore nazionale fino all’anno 2020, e cioè per tutta la prossima programmazione comunitaria pluriennale. Risolti gli ultimi nodi a livello europeo, l’impegno a livello nazionale verte su un’applicazione delle riforme comunitarie che esca dal meccanismo degli interventi episodici e si basi sulla predisposizione di strategie organiche e piani gestionali adeguati a promuovere l’attività imprenditoriale italiana, rafforzandone la competitività attraverso l’innovazione e la diversificazione compatibile con gli obiettivi di sostenibilità socio-economica e ambientale. In questo, così come per l’applicazione della PAC, garantirò un’interfaccia collaborativa continua con tutti i soggetti istituzionali coinvolti sui vari fronti, con gli operatori del settore attraverso le loro rappresentanze e con gli esperti scientifici. Infine per quanto riguarda la ripartizione delle quote di pesca del tonno rosso, proprio ieri ho firmato un decreto che attribuisce 30 tonnellate di quota alle cosiddette catture accessorie, il cui ammontare era esaurito. In questo modo ho voluto evitare il rischio di sanzioni a carico dei pescatori interessati.”
L’audizione di oggi del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Nunzia De Girolamo sulla Riforma della Politica comune della Pesca
“Signori Presidenti, Onorevoli Colleghi e Senatori, l’audizione di oggi ha l’obiettivo di illustrare le linee principali della riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) e le azioni strategiche che intendo promuovere per offrire risposte concrete alle necessità della pesca italiana che da anni versa in uno stato di grave crisi socio-economica. La proposta di riforma è stata elaborata, com’è noto, dalla Commissione Europea attraverso una prima fase di consultazioni pubbliche, che si sono concluse due anni fa e che hanno evidenziato la necessità di una revisione delle misure di gestione della pesca, in un’ottica di maggior collegamento anche con gli strumenti della politica di mercato e del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP).In particolare, l’originaria proposta di regolamento presentata dalla Commissione nel luglio del 2011, è stata oggetto di successivi approfondimenti, dibattiti e modifiche al fine di corrispondere agli esiti delle negoziazioni con gli Stati membri ed alle risultanze dei ‘triloghi’. Finalmente possiamo dire che, alla fine dello scorso mese di maggio, l’accordo è stato raggiunto. Prima di illustrare i risultati conseguiti a seguito del confronto tra Parlamento e Consiglio dell’Unione Europea, ritengo opportuno ricordare alcuni punti salienti della proposta originaria della Commissione, che mirava ad innovare un quadro regolamentare ormai decennale e, certamente, non più adeguato ai cambiamenti che hanno interessato il comparto della pesca degli Stati membri. Tra le proposte della Commissione che destavano maggiori perplessità vi era, da un lato, l’ipotesi di immediata e generalizzata applicazione del principio del “rendimento massimo sostenibile”, che consiste in una gestione degli stock ittici caratterizzata dalla possibilità di cattura di quantitativi tali da non intaccare la capacità naturale di riproduzione delle specie; dall’altro, la proposta di introdurre il divieto di rigetto in mare in modo indifferenziato, senza correlazione con le diverse tipologie di attività di pesca e senza rivalutare le motivazioni per le quali erano state escluse, finora, le catture di dimensione inferiore alla taglia legale minima e le specie per le quali la domanda di mercato è praticamente inesistente. Nel corso delle negoziazioni, la delegazione italiana, condividendo ed apprezzando gli obiettivi sottesi alla riforma della PCP nel suo complesso, in quanto volti ad una maggiore protezione delle risorse ittiche e dell’ecosistema marino nel lungo termine, ha sempre sottolineato la necessità di contemperarne i principi con l’esigenza di tutelare le imprese e l’occupazione in un settore che per il nostro Paese ha un’innegabile valenza storica, culturale e tradizionale, oltre che un’importanza socio-economica nevralgica. Pertanto, ho proseguito la via negoziale del Ministro Catania, conseguendo nell’intesa finale, raggiunta il 30 maggio scorso, alcuni decisivi risultati di miglioramento della proposta di riforma della PCP che, rispetto all’ipotesi originaria, è stata resa indubbiamente più adeguata alle realtà particolari della nostra flotta da pesca operativa nel Mar Mediterraneo e cioè in un contesto ambientale e socio-economico totalmente differente rispetto a quello dei mari del Nord o di altre zone marine dove le risorse ittiche e le tecniche di prelievo sono nettamente diverse. Finalmente posso dire che le richieste italiane in tal senso risultano in larga misura recepite e ci tengo ad illustrare quelle di maggiore rilievo. In relazione alla gestione della pesca secondo il criterio del “rendimento massimo sostenibile” posso dichiarare che verrà applicato a partire soltanto dal 2015 e che, entro il 2020, dovranno essere acquisite tutte le disponibilità e le risultanze dei necessari dati scientifici per la definizione dei limiti massimi di cattura per ogni stock ittico. Per quanto riguarda il divieto dei rigetti in mare, abbiamo ottenuto, in fase finale, l’inserimento della previsione di una soglia di tolleranza (che passerà dal 7 al 5 per cento delle catture totali) e la fissazione di un calendario di entrata in vigore del divieto differenziato a seconda delle specie ittiche oggetto di cattura. Tale divieto si applicherà, inoltre, soltanto alle specie per le quali è stabilita una taglia minima di cattura dal regolamento del Consiglio sulle misure tecniche per la pesca nel Mar Mediterraneo: anche questa è una richiesta per la quale l’Italia si è battuta fino a vederla accolta nell’accordo. Un altro risultato importante riguarda l'arresto temporaneo delle attività di pesca che è stato inserito nella lista delle misure tecniche ritenute valide per un’adeguata protezione delle risorse ittiche. Questo è un riconoscimento che voglio sottolineare perché è stato da sempre indicato come necessario da parte di tutte le associazioni professionali quale strumento idoneo alla tutela del nostro mare e ci consente di confermare la misura del fermo temporaneo della pesca, contando su circa 8 milioni di euro all'anno di cofinanziamento comunitario, per compensare il reddito degli armatori di 2.500 imbarcazioni italiane che esercitano la pesca a strascico. Con questi adeguamenti chiesti ed ottenuti, posso dire che siamo giunti ad una buona riforma della Politica Comune della Pesca che si prevede possa entrare in vigore già dal prossimo gennaio. In tale quadro, è stato ritenuto opportuno che nella nuova PCP fosse mantenuto anche il riconoscimento della necessità di rilancio delle attività di acquacoltura, principalmente con l’obiettivo di svilupparne la competitività, promuovendo le produzioni di qualità che possono favorire il rafforzamento delle posizioni di mercato, soprattutto rispetto ai Paesi extraeuropei che, per quanto riguarda le pratiche d’allevamento, hanno standard di salubrità e tutela del consumatore oggettivamente inferiori a quelli comunitari e nazionali. I risultati raggiunti nell’intesa finale, che ho sintetizzato anche in considerazione dei tempi previsti per questa audizione, non erano assolutamente scontati, ma le trattative italiane sono state determinate e costanti fino all’ultimo. L’eventualità di non vederle accolte è stata sventata e quanto ottenuto è importante soprattutto se pensiamo che la riforma della PCP arriva nel contesto di grave recessione socio-economica che investe tutti i settori produttivi nazionali, ma che nello specifico settore della pesca ha anche innegabili precedenti fattori di crisi che perdurano con conseguenze implosive molto difficili da risanare. Sono pienamente consapevole di dovermi perciò far carico di questa situazione problematica che si trascina e che impone ora un impegno diretto e indifferibile. E’ mia intenzione, quindi, avviare e seguire nei prossimi mesi il complesso lavoro che dovrà essere svolto per mettere in atto una strategia efficace di applicazione della nuova PCP alla realtà italiana e, a tal fine, chiederò la più stretta collaborazione da parte del mondo scientifico e delle organizzazioni di categoria. Ci tengo a sottolineare che, nell’obiettivo di dare ossigeno al settore della pesca, la chiusura dell’accordo sulla riforma della PCP non esaurisce il mio impegno a livello comunitario. Ritengo che molte altre regole e strumenti giuridici europei debbono essere riformati. Ho intenzione, infatti, di proseguire il dialogo con la Commissione europea e con gli altri Paesi membri coinvolti, per aprire una seria ed attenta riflessione sui contenuti dello specifico Regolamento per la pesca nel Mediterraneo che è in vigore dal 2006 e che è tempo di cambiare in più parti. Gli operatori della pesca e le loro rappresentanze hanno, infatti, insistentemente segnalato che si tratta di un regolamento comunitario oggettivamente troppo complesso e, per taluni aspetti, eccessivamente penalizzante per i pescatori. Tenendo conto delle fasi preparatorie e dei tempi necessari al sistema decisionale europeo, mi muoverò immediatamente sull’argomento affinché le risultanze del confronto possano essere poi formalmente discusse nel semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea, che si aprirà il 1° luglio dell’anno prossimo. Voglio ora ricordare che, in ambito comunitario, è stata anche varata la riforma dell’Organizzazione comune di mercato per i prodotti della pesca. L’obiettivo qualificante è quello di migliorare il rapporto delle imprese di pesca con il mercato, attraverso l'azione delle organizzazioni di produttori, e di valorizzare il prodotto pescato nelle acque comunitarie rispetto alle importazioni. Dobbiamo, infatti, tener presente che più del 60% dei consumi ittici dell’Unione Europea sono coperti dalle importazioni provenienti da Paesi terzi e, pertanto, ritengo di rilevanza strategica l’adozione di iniziative volte a garantire ai consumatori una corretta informazione sui prodotti ittici. La riforma dell’Organizzazione comune di mercato ci consentirà di far sì che trasparenza, tracciabilità e qualità dei prodotti non siano soltanto dei proclami, ma diventino strumenti di controllo e, soprattutto, di promozione della produzione ittica italiana. Per quanto riguarda la proposta di regolamento per il nuovo Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca (FEAMP), rilevo che la proposta di regolamento, presentata dalla Commissione Europea nel dicembre del 2011, introduce nuove possibilità e misure a beneficio del settore come l’aumento del tasso di finanziamento in favore della piccola pesca, la salvaguardia dell’occupazione, l’avviamento delle imprese, la formazione professionale, l’eco-innovazione, la cooperazione tra pescatori e ricercatori e la promozione dell’acquacoltura. Senza dubbio, il punto più dibattuto tra i Ministri, e su cui la trattativa ha rischiato un clamoroso fallimento, è stato quello riguardante gli aiuti pubblici per le flotte. La proposta originaria prevedeva, infatti, la soppressione, a partire già dal 1° gennaio 2014, degli incentivi per la sostituzione dei motori e per l’arresto definitivo (in pratica la demolizione delle imbarcazioni che assicura un ricambio di unità nella flotta e consente di controllare lo sforzo di pesca), ma anche l’eliminazione delle compensazioni per il fermo temporaneo delle attività di pesca. La posizione della Commissione ha trovato un forte sostegno da parte di un gruppo di Stati membri, con la Germania in prima fila, al quale si sono contrapposti il nostro Paese, la Francia e la Spagna. Alla fine, si è imposta la proposta di mediazione avanzata dalla delegazione italiana per un “phasing out” degli aiuti per le demolizioni, che sono stati confermati sino al 2017 in termini di impegni di spesa, con la possibilità di effettuare i pagamenti sino al 2019 e, quindi, facendo slittare in avanti nel tempo la soppressione di questi incentivi. L'Italia ha ottenuto l'estensione sino al 2020 degli incentivi comunitari per il fermo biologico annuale, regolati nel quadro dei piani di gestioni nazionali già in vigore per il Mar Mediterraneo e riconfermati, come ho già detto, nella lista delle misure riconosciute valide dalla nuova PCP al fine della tutela delle risorse ittiche. Il Consiglio ha anche deciso che l'ammontare degli aiuti per la flotta, compresi quelli destinati alla sostituzione dei motori, non potrà superare una soglia pari al 15% dell'intera dotazione del FEAMP che sarà assegnata agli Stati membri. Il testo dell'intesa raggiunta tra i Ministri prevede alcune positive misure specifiche a favore dei pescatori più giovani, dello sviluppo delle comunità costiere e del rilancio dell'acquacoltura cui ho già accennato. Per i giovani pescatori è stato previsto un contributo sino ad un massimo di 50 mila euro per l'acquisto di imbarcazioni. La strada che resta da fare verso la definitiva approvazione del FEAMP è ancora lunga. Infatti, solo nel prossimo mese di luglio la Commissione pesca del Parlamento europeo licenzierà il progetto di risoluzione legislativa, che verrà sottoposto al voto dell'Assemblea plenaria in autunno. Comunque, nel corso del semestre della Lituania alla presidenza dell’Unione europea, che avrà inizio il 1° luglio prossimo, il Consiglio agricoltura e pesca dell’Unione ritornerà necessariamente a discutere sulla proposta di regolamento relativa al FEAMP. In particolare, dovranno essere affrontate le questioni finanziarie. Nell'occasione, sarà determinata in via definitiva la dotazione finanziaria finale del FEAMP per l'intero periodo di programmazione 2014-2020, sulla base dell’intesa raggiunta dai Capi di Stato e di Governo in ordine al prossimo quadro finanziario pluriennale dell’Unione Europea. Di conseguenza, il Consiglio dovrà decidere sui criteri di ripartizione delle risorse tra gli Stati membri. La delegazione italiana ha già fatto presente che non potranno essere accettate decurtazioni rispetto alla chiave di ripartizione del FEP, il Fondo europeo per la pesca in scadenza alla fine di quest'anno. Con il FEP, l'Italia ha ottenuto circa 424 milioni di euro, poco meno del 10% sulla disponibilità globale 2007-2013. Pertanto, in sintesi conclusiva, sulla proposta di riforma del FEAMP è stato raggiunto un accordo politico di massima e l’impegno istituzionale è ora concentrato sui lavori di stesura del testo che dovrà tradurre l’intesa in documento formale e definitivo. Tuttavia, è evidente che continuerò ad oppormi a qualsiasi tentativo di sacrifici finanziari a carico dell’Italia e mi impegnerò ad ottenere la conferma dell’ammontare delle assegnazioni finanziarie per il settore nazionale fino all’anno 2020, e cioè per tutta la prossima programmazione comunitaria pluriennale. Risolti gli ultimi nodi a livello europeo, l’impegno a livello nazionale verte su un’applicazione delle riforme comunitarie che esca dal meccanismo degli interventi episodici e si basi sulla predisposizione di strategie organiche e piani gestionali adeguati a promuovere l’attività imprenditoriale italiana, rafforzandone la competitività attraverso l’innovazione e la diversificazione compatibile con gli obiettivi di sostenibilità socio-economica e ambientale. In questo, così come per l’applicazione della PAC, garantirò un’interfaccia collaborativa continua con tutti i soggetti istituzionali coinvolti sui vari fronti, con gli operatori del settore attraverso le loro rappresentanze e con gli esperti scientifici. Infine per quanto riguarda la ripartizione delle quote di pesca del tonno rosso, proprio ieri ho firmato un decreto che attribuisce 30 tonnellate di quota alle cosiddette catture accessorie, il cui ammontare era esaurito. In questo modo ho voluto evitare il rischio di sanzioni a carico dei pescatori interessati.”
LAVORO: AGRINSIEME AL MINISTRO GIOVANNINI SUL PIANO PER L’OCCUPAZIONE
Fonte: Confagricoltura
Agrinsieme ha apprezzato le linee di intervento tracciate oggi dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini nel corso della presentazione alle parti sociali del piano per l’occupazione. Gli interventi saranno incentrati soprattutto nell’ampliamento della flessibilità in entrata, con una fase sperimentale fino a tutto il 2015 (anno dell’EXPO di Milano) ed una fase a regime, successiva. In tema di semplificazione e flessibilità, il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, intervenuto a nome di Agrinsieme (Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative agroalimentari, che a sua volta ricomprende Agci-Agrital, Fedagri-Confcooperative e Legacoop Agroalimentare), ha ricordato la necessità di tenere conto di alcune specificità del mercato del lavoro agricolo nel definire le misure incentivanti che – se applicate solo ai rapporti a tempo indeterminato – avrebbero scarsa incidenza sui datori di lavoro agricolo. Guidi ha anche rappresentato la necessità di rivedere il limite comunitario de minimis agli aiuti di stato alle imprese agricole (oggi fissato a 7.500 euro nel triennio) che di fatto rende inapplicabili tutte le misure incentivanti in materia di lavoro e di sicurezza (e non solo). Infine il presidente di Confagricoltura ha rimarcato la necessità di introdurre misure atte a favorire lo sviluppo dei contratti di rete, anche attraverso la possibilità di assunzioni congiunte o di gruppo da parte di una pluralità di imprese. Importanti per Agrinsieme anche gli interventi annunciati dal ministro sui contratti a tempo determinato ed all’apprendistato, anche in considerazione dei possibili effetti benefici di tali strumenti contrattuali sull’occupazione giovanile, e sugli altri istituti, quali le collaborazioni a progetto, il lavoro intermittente e quello occasionale. Il ministro Giovannini ha infine preannunciato sgravi contributivi sulle assunzioni di giovani a tempo indeterminato.
Agrinsieme ha apprezzato le linee di intervento tracciate oggi dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini nel corso della presentazione alle parti sociali del piano per l’occupazione. Gli interventi saranno incentrati soprattutto nell’ampliamento della flessibilità in entrata, con una fase sperimentale fino a tutto il 2015 (anno dell’EXPO di Milano) ed una fase a regime, successiva. In tema di semplificazione e flessibilità, il presidente di Confagricoltura Mario Guidi, intervenuto a nome di Agrinsieme (Cia, Confagricoltura e Alleanza delle cooperative agroalimentari, che a sua volta ricomprende Agci-Agrital, Fedagri-Confcooperative e Legacoop Agroalimentare), ha ricordato la necessità di tenere conto di alcune specificità del mercato del lavoro agricolo nel definire le misure incentivanti che – se applicate solo ai rapporti a tempo indeterminato – avrebbero scarsa incidenza sui datori di lavoro agricolo. Guidi ha anche rappresentato la necessità di rivedere il limite comunitario de minimis agli aiuti di stato alle imprese agricole (oggi fissato a 7.500 euro nel triennio) che di fatto rende inapplicabili tutte le misure incentivanti in materia di lavoro e di sicurezza (e non solo). Infine il presidente di Confagricoltura ha rimarcato la necessità di introdurre misure atte a favorire lo sviluppo dei contratti di rete, anche attraverso la possibilità di assunzioni congiunte o di gruppo da parte di una pluralità di imprese. Importanti per Agrinsieme anche gli interventi annunciati dal ministro sui contratti a tempo determinato ed all’apprendistato, anche in considerazione dei possibili effetti benefici di tali strumenti contrattuali sull’occupazione giovanile, e sugli altri istituti, quali le collaborazioni a progetto, il lavoro intermittente e quello occasionale. Il ministro Giovannini ha infine preannunciato sgravi contributivi sulle assunzioni di giovani a tempo indeterminato.
lunedì 17 giugno 2013
COMMERCIO ESTERO, CONFAGRICOLTURA: “NEL PRIMO QUADRIMESTRE IL MADE IN ITALY AGROALIMENTARE TRAINA L’EXPORT COMPLESSIVO”
Fonte: Confagricoltura
“Restano ferme le esportazioni ma non per i prodotti agricoli, che aumentano del 15,4 % ad aprile 2013 rispetto ad aprile dello scorso anno. Nel primo quadrimestre dell’anno l’export agroalimentare è cresciuto dell’8,2% (l’agricolo del 7,9%). L’export nel suo complesso è cresciuto solo dello 0,5%. Lo sottolinea Confagricoltura analizzando i dati Istat diffusi oggi sul commercio estero. “Dai dati – osserva Confagricoltura - emerge come il settore agroalimentare stia trainando l’export complessivo e rappresenti ormai l’8,5% del totale delle esportazioni nazionali in valore. Le imprese agricole in particolare stanno accentuando il processo di integrazione e di internazionalizzazione per compensare con l’export la flessione del mercato nazionale. I loro sforzi stanno dando buoni frutti e ci sono le premesse per rafforzarsi nell’anno in corso”. “Servono però – conclude Confagricoltura - adeguate politiche di accompagnamento e la nostra Organizzazione è quotidianamente impegnata in tal senso, per essere al fianco delle imprese che guardano oltrefrontiera”.
“Restano ferme le esportazioni ma non per i prodotti agricoli, che aumentano del 15,4 % ad aprile 2013 rispetto ad aprile dello scorso anno. Nel primo quadrimestre dell’anno l’export agroalimentare è cresciuto dell’8,2% (l’agricolo del 7,9%). L’export nel suo complesso è cresciuto solo dello 0,5%. Lo sottolinea Confagricoltura analizzando i dati Istat diffusi oggi sul commercio estero. “Dai dati – osserva Confagricoltura - emerge come il settore agroalimentare stia trainando l’export complessivo e rappresenti ormai l’8,5% del totale delle esportazioni nazionali in valore. Le imprese agricole in particolare stanno accentuando il processo di integrazione e di internazionalizzazione per compensare con l’export la flessione del mercato nazionale. I loro sforzi stanno dando buoni frutti e ci sono le premesse per rafforzarsi nell’anno in corso”. “Servono però – conclude Confagricoltura - adeguate politiche di accompagnamento e la nostra Organizzazione è quotidianamente impegnata in tal senso, per essere al fianco delle imprese che guardano oltrefrontiera”.
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IRRIGAZIONE ED AGRICOLTURA - RABBONI: INVESTIMENTI ED AZIONI PER RISPARMIARE 200 MILIONI DI METRI CUBI E PORTARE L'ACQUA DOVE SCARSEGGIA. DUE BANDI PER LA ROTTAMAZIONE DEI VECCHI IMPIANTI E PER LA REALIZZAZIONE DI PICCOLI INVASI AZIENDALI. A BOLOGNA UN CONVEGNO CON IL SOTTOSEGRETARIO MARTINA PER ILLUSTRARE LE NOVITÀ IN ARRIVO
Fonte: Giunta Regionale - Agenzia di Informazione e Comunicazione
Sei milioni di euro per finanziare la “rottamazione” degli impianti irrigui aziendali più obsoleti e promuovere l’acquisto di attrezzature ad alta efficienza e oltre 7 milioni e 700 mila euro per la realizzazione di “laghetti” interaziendali per la raccolta di acqua da destinare all’irrigazione. Sono solo due delle iniziative avviate dalla Regione per garantire all’agricoltura un adeguato approvvigionamento idrico a fronte del cambiamento climatico in atto, caratterizzato da un innalzamento delle temperature, piogge forti ma irregolari e spesso distruttive. Il bando per acquistare impianti irrigui più efficienti uscirà entro l’estate mentre quello per la realizzazione di invasi è già stato pubblicato e scade l’1 luglio. Il punto sugli interventi in programma è stato fatto oggi a Bologna in occasione dell’incontro “Irrigazione in Emilia-Romagna” promosso dall’Assessorato regionale all’agricoltura e concluso dal sottosegretario Maurizio Martina. “Stiamo lavorando per ridurre i consumi, recuperare le perdite, introdurre coltivazioni meno idroesigenti e contemporaneamente portare l'acqua dove scarseggia - ha spiegato l’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni - sono in corso investimenti ed azioni che in pochi anni porteranno ad un recupero di oltre 200 milioni di metri cubi di acqua, l’equivalente di alcuni gradi invasi, ma con un rapporto costi-benefici decisamente più vantaggioso. Nello stesso tempo 23.000 ettari verranno irrigati in Romagna con l'acqua del Canale Emiliano-Romagnolo. Per la collina sono previsti invasi irrigui interaziendali cofinanziati per il 70% dal Programma di sviluppo rurale. Sono poi programmati invasi irrigui nelle cave esaurite per oltre 21 milioni di metri cubi e derivazioni irrigue dagli invasi idroelettrici montani.” Uno dei punti di maggiore criticità è costituto dalla inadeguata diffusione di un’irrigazione strutturale. Proprio per migliorare, rendere più efficiente e soprattutto estendere la rete irrigua, in particolare in Romagna, la Regione in collaborazione con i Consorzi di bonifica ha avviato un piano di interventi importante che può contare complessivamente sui 200 milioni di euro dei due Piani irrigui nazionali. Una prima tranche di 18 interventi per circa 124 milioni di euro è in corso di completamento mentre altri 14 per ulteriori 76 milioni di euro verranno appaltati entro la fine di quest’anno. Un ulteriore intervento nel riminese è stato reso possibile grazie ad economie per circa 12 milioni di euro.
Invasi interaziendali e riuso delle cave
Sul fronte dello stoccaggio delle riserve idriche la Regione si sta muovendo principalmente in due direzioni: il finanziamento attraverso il Programma di sviluppo rurale di invasi interaziendali e un piano per il riuso delle cave estrattive. Nel primo caso la Regione ha pubblicato un bando in scadenza l’1 luglio che stanzia a favore delle aziende agricole 7 milioni e 700 mila euro per la realizzazione di invasi interaziendali. Le domande vanno presentate al Servizio regionale aiuti alle imprese, gli investimenti potranno avere una dimensione finanziaria tra 100 mila e 1 milione di euro e il contributo potrà coprire fino al 70% della spesa. Questo provvedimento segue altri due avvisi pubblici che hanno già permesso di sostenere con circa 6,5 milioni di euro la realizzazione di 7 invasi irrigui e 5 interventi di derivazione dal Canale Emiliano Romagnalo da parte di consorzi di scopo. Quanto alle cave, la Regione ha messo a punto un programma che a regime permetterà di avere a disposizione un volume di oltre 21 milioni di metri cubi d’acqua. Gli interventi previsti riguardano in particolare i fiumi Trebbia nel piacentino, Taro in provincia di Parma, Enza in provincia di Reggio Emilia. In programma anche l’ampliamento dell’invaso realizzato nel Reno nel comune di Sasso Marconi in provincia di Bologna. Anche dai bacini montani può arrivare acqua per l’agricoltura. E’ già definito in particolare l’accordo con la Regione Liguria per aumentare il rilascio in territorio piacentino dall’invaso di Brugneto nel bacino del Trebbia, mentre per quanto riguarda il fiume Reno è allo studio la possibilità di aumentare la disponibilità irrigua dal bacino di Suviana nel bolognese.
iColt e Irrinet i due servizi per irrigare senza sprechi
Si chiama iColt ed è il nuovo servizio messo a punto da Arpa a disposizione di tutti i Consorzi di bonifica per avere una stima stagionale del fabbisogno irriguo e prevedere le eventuali situazioni di crisi. Basato su immagini satellitari che fotografano le diverse colture esistenti e sui dati meteo a tre mesi, il modello fornisce una stima delle potenziali esigenze irrigue sia a livello consortile che regionale entro la prima metà di giugno. IColt si affianca a Irrinet, un servizio gratuito rivolto invece ai singoli agricoltori che permette di irrigare solo e quando è veramente necessario, evitando sprechi d’acqua, a parità di rese produttive. Irrinet opera su un arco di tre giorni e permette di ricevere per e-mail o sms i consigli di irrigazione in base all’andamento meteorologico, alle caratteristiche dei terreni e ai principali parametri colturali. Il servizio permette un risparmio d’acqua medio intorno al 20% pari a circa 40-50 milioni di metri cubi ed è oggi utilizzato da circa 12 mila aziende agricole, per una superficie irrigata di circa 50 mila ettari.
Sei milioni di euro per finanziare la “rottamazione” degli impianti irrigui aziendali più obsoleti e promuovere l’acquisto di attrezzature ad alta efficienza e oltre 7 milioni e 700 mila euro per la realizzazione di “laghetti” interaziendali per la raccolta di acqua da destinare all’irrigazione. Sono solo due delle iniziative avviate dalla Regione per garantire all’agricoltura un adeguato approvvigionamento idrico a fronte del cambiamento climatico in atto, caratterizzato da un innalzamento delle temperature, piogge forti ma irregolari e spesso distruttive. Il bando per acquistare impianti irrigui più efficienti uscirà entro l’estate mentre quello per la realizzazione di invasi è già stato pubblicato e scade l’1 luglio. Il punto sugli interventi in programma è stato fatto oggi a Bologna in occasione dell’incontro “Irrigazione in Emilia-Romagna” promosso dall’Assessorato regionale all’agricoltura e concluso dal sottosegretario Maurizio Martina. “Stiamo lavorando per ridurre i consumi, recuperare le perdite, introdurre coltivazioni meno idroesigenti e contemporaneamente portare l'acqua dove scarseggia - ha spiegato l’assessore regionale all’agricoltura Tiberio Rabboni - sono in corso investimenti ed azioni che in pochi anni porteranno ad un recupero di oltre 200 milioni di metri cubi di acqua, l’equivalente di alcuni gradi invasi, ma con un rapporto costi-benefici decisamente più vantaggioso. Nello stesso tempo 23.000 ettari verranno irrigati in Romagna con l'acqua del Canale Emiliano-Romagnolo. Per la collina sono previsti invasi irrigui interaziendali cofinanziati per il 70% dal Programma di sviluppo rurale. Sono poi programmati invasi irrigui nelle cave esaurite per oltre 21 milioni di metri cubi e derivazioni irrigue dagli invasi idroelettrici montani.” Uno dei punti di maggiore criticità è costituto dalla inadeguata diffusione di un’irrigazione strutturale. Proprio per migliorare, rendere più efficiente e soprattutto estendere la rete irrigua, in particolare in Romagna, la Regione in collaborazione con i Consorzi di bonifica ha avviato un piano di interventi importante che può contare complessivamente sui 200 milioni di euro dei due Piani irrigui nazionali. Una prima tranche di 18 interventi per circa 124 milioni di euro è in corso di completamento mentre altri 14 per ulteriori 76 milioni di euro verranno appaltati entro la fine di quest’anno. Un ulteriore intervento nel riminese è stato reso possibile grazie ad economie per circa 12 milioni di euro.
Invasi interaziendali e riuso delle cave
Sul fronte dello stoccaggio delle riserve idriche la Regione si sta muovendo principalmente in due direzioni: il finanziamento attraverso il Programma di sviluppo rurale di invasi interaziendali e un piano per il riuso delle cave estrattive. Nel primo caso la Regione ha pubblicato un bando in scadenza l’1 luglio che stanzia a favore delle aziende agricole 7 milioni e 700 mila euro per la realizzazione di invasi interaziendali. Le domande vanno presentate al Servizio regionale aiuti alle imprese, gli investimenti potranno avere una dimensione finanziaria tra 100 mila e 1 milione di euro e il contributo potrà coprire fino al 70% della spesa. Questo provvedimento segue altri due avvisi pubblici che hanno già permesso di sostenere con circa 6,5 milioni di euro la realizzazione di 7 invasi irrigui e 5 interventi di derivazione dal Canale Emiliano Romagnalo da parte di consorzi di scopo. Quanto alle cave, la Regione ha messo a punto un programma che a regime permetterà di avere a disposizione un volume di oltre 21 milioni di metri cubi d’acqua. Gli interventi previsti riguardano in particolare i fiumi Trebbia nel piacentino, Taro in provincia di Parma, Enza in provincia di Reggio Emilia. In programma anche l’ampliamento dell’invaso realizzato nel Reno nel comune di Sasso Marconi in provincia di Bologna. Anche dai bacini montani può arrivare acqua per l’agricoltura. E’ già definito in particolare l’accordo con la Regione Liguria per aumentare il rilascio in territorio piacentino dall’invaso di Brugneto nel bacino del Trebbia, mentre per quanto riguarda il fiume Reno è allo studio la possibilità di aumentare la disponibilità irrigua dal bacino di Suviana nel bolognese.
iColt e Irrinet i due servizi per irrigare senza sprechi
Si chiama iColt ed è il nuovo servizio messo a punto da Arpa a disposizione di tutti i Consorzi di bonifica per avere una stima stagionale del fabbisogno irriguo e prevedere le eventuali situazioni di crisi. Basato su immagini satellitari che fotografano le diverse colture esistenti e sui dati meteo a tre mesi, il modello fornisce una stima delle potenziali esigenze irrigue sia a livello consortile che regionale entro la prima metà di giugno. IColt si affianca a Irrinet, un servizio gratuito rivolto invece ai singoli agricoltori che permette di irrigare solo e quando è veramente necessario, evitando sprechi d’acqua, a parità di rese produttive. Irrinet opera su un arco di tre giorni e permette di ricevere per e-mail o sms i consigli di irrigazione in base all’andamento meteorologico, alle caratteristiche dei terreni e ai principali parametri colturali. Il servizio permette un risparmio d’acqua medio intorno al 20% pari a circa 40-50 milioni di metri cubi ed è oggi utilizzato da circa 12 mila aziende agricole, per una superficie irrigata di circa 50 mila ettari.
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