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martedì 29 ottobre 2013

PESCA, RABBONI CHIEDE LA PROROGA AL 2020 DELLE CONCESSIONI PER L'ACQUACOLTURA E LA MITILICOLTURA: "L'ALTERNATIVA È IL COLLASSO DI UN INTERO COMPARTO". DAL MINISTRO DE GIROLAMO L'IMPEGNO A EMANARE UN TESTO ENTRO LA FINE DELL'ANNO.

Fonte: Giunta Regionale - Agenzia di Informazione e Comunicazione

Prorogare al 2020 le concessioni demaniali marittime per l’acquacoltura e la mitilicoltura, analogamente a quanto si è già fatto per quelle turistico-balneari. E’ la richiesta avanzata dall’assessore regionale all’agricoltura e pesca Tiberio Rabboni al ministro delle politiche agricole Nunzia De Girolamo e al sottosegretario Giuseppe Castiglione, nell’incontro svoltosi la scorsa settimana a Roma con le Regioni. “Il Ministro e il Sottosegretario – commenta Rabboni – hanno detto di condividere le ragioni della mia richiesta e mi hanno assicurato che presenteranno un testo specifico da inserire nel provvedimento omnibus di fine anno”. La necessità di una proroga delle concessioni per i pescatori che svolgono attività di acquacoltura e mitilicoltura era già stato posta da Rabboni al precedente e attuale Ministro delle politiche agricole e tramite la senatrice Maria Teresa Bertuzzi al sottosegretario Castiglione, dopo che l’Unione europea aveva deciso di sottoporre il rilascio di nuove concessioni ad aste con offerte comparative. “Se da un lato è evidente l’imprescindibilità di assoggettare le concessioni pubbliche ai principi generali di concorrenza – spiega Rabboni – è altrettanto chiaro che va assicurato agli imprenditori un periodo transitorio, come quello riconosciuto ai titolari di concessioni turistico-balneari, per ammortizzare gli investimenti fatti e organizzarsi per affrontare il nuovo regime concessorio. L’alternativa è il collasso di un intero settore. Tale periodo è indispensabile anche per mettere a punto le linee guida nazionali che dovranno armonizzare nel Paese le nuove procedure di assegnazione delle aeree, salvaguardare l’occupazione e il legame con il territorio di tali attività”. Nella sola Emilia-Romagna il problema riguarda più di 2 mila imprese, concentrate in particolare in provincia di Ferrara nei comuni di Goro e Comacchio.

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