Fonte: Provincia di Ferrara - Settore Ambiente e Agricoltura
Il Prefetto di Ferrara, su indicazione di ENEL, segnala che i getti d'acqua
degli impianti di irrigazione sopra chioma non devono colpire gli impianti
elettrici aerei, in particolare i cavi e le campane di vetro che si
trovano posizionate sulle mensole dei pali di cemento. I cavi in rame, se
colpiti possono toccarsi e creare interruzioni temporanee di energia
elettrica che possono coinvolgere migliaia di utenti, sui quali si riversano i costi per un eventuale intervento. Inoltre potrebbero verificarsi danni alla pompa di irrigazione, essendo l'acqua conduttrice di elettricità. Si consiglia di posizionare il getto d'acqua alla distanza di almeno un metro dalle citate campane di vetro.
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mercoledì 3 settembre 2014
PROVINCIA DI FERRARA: UTILIZZO GETTI IRRIGUI IN PROSSIMITA' DI IMPIANTI DI ENEL DISTRIBUZIONE
giovedì 10 luglio 2014
COLDIRETTI: E’ BOOM PER IMPORT A DAZIO ZERO DI RISO ASIATICO, ALLARME TRA I PRODUTTORI
Fonte: Coldiretti Ferrara
Coldiretti mobilitata di fronte all’allarme per la concorrenza sleale di riso dai paesi asiatici, con rischi sia sul fronte produttivo e commerciale ed anche della sicurezza alimentare. Consegnato dal presidente regionale MauroTonello al Prefetto di Ferrara un documento sul problema. Domani incontri nelle principali città delle regioni risicole.
Cresce l’allarme tra i risicoltori italiani per la concorrenza sleale del riso di importazione provenienti daipaesi asiatici. Nell’ambito dell’attuale regime speciale a favore dei Paesi meno avanzati (Pma), i dazi della tariffa doganale comune sono totalmente aboliti per tutti i prodotti provenienti da tali nazioni, tranne per le armi e le munizioni; questo regime è conosciuto anche con l’acronimo inglese Eba (“Everything But Arms” corrispondente a “Tutto tranne le armi”). Questa liberalizzazione ha favorito, nel tempo, le importazioni di riso provenienti dai Paesi Meno Avanzati verso l’Unione Europea, determinando a partire dal 2008 un incremento crescente delle importazioni. I Pma, in particolare Cambogia e Myanmar, hanno effettuato numerosi investimenti in infrastrutture e reti commerciali, con l’obiettivo dichiarato di superare i 5,5 milioni di tonnellate di esportazione, pari a oltre il doppio dell’intero fabbisogno dell’Ue. Il confronto tra il dato di importazione nella campagna 2012/2013 (190.035 tonnellate) e il dato di importazione nella campagna 2008/2009 con un incremento di 179.941 tonnellate (+1783%) delle importazioni dai Paesi menoavanzati, evidenzia che si sta andando in questa direzione. In Italia, tale trend ha comportato nel tempo la riduzione della coltivazione di riso varietà indica, che nel 2014, come riportano i dati divulgati dall’Ente Nazionale Risi, evidenziano una riduzione di 15.446 ettari (-21,6%), e la conseguenza di un minor quantitativo a disposizione dell’industria di trasformazione nazionale. Il primo elemento di preoccupazione è che il prodotto importato è introdotto a prezzi vantaggiosi rispetto a quelli delle nostre produzioni, determinando una concorrenza sleale con le produzioni italiane e, in particolare, una probabile riduzione della coltivazione di riso varietà Indica che potrà essere solo parzialmente riconvertita nella coltivazione della varietà japonica, causando una conseguente eccedenza inquesto comparto e quindi quotazioni mercantili al ribasso. Ma l’elemento che maggiormente preoccupa è che i prodotti provenienti da tali Paesi, non offrono sufficienti garanzie in termini di sicurezza alimentare per il consumatore in quanto, le tecniche colturali, il sistema produttivo complessivo ed i controlli non sono adeguati e rispondenti alle norme utilizzate in ambito Ue, esponendo il consumatore europeo ai rischi legati alla mancanza di un corretto controllo sanitario, evidenziato in più occasioni dall’EFSA, che ha rilevato residui di prodotti chimici non ammessi per la coltura. Si è già riscontrato nel 2013 un abbassamento dei ricavi complessivi delle aziende risicole italiane produttrici di indica, infatti considerati i prezzi medi di campagna, le aziende risicole, ricaveranno circa 126 milioni di euro con una perdita di 30 milioni di € (i costi di produzione sono stimati a circa 156 milioni di euro). Al fine di tutelare una della produzioni più tipiche e tradizionali delle pianure italiane, messa sotto pressione dal dumping commerciale attuato dai Paesi terzi ove le tutele sociali ed ambientali non corrispondono agli standard obbligatori europei, si rendenecessario porre maggiore attenzione su tutta la materia concernente la sanità delle produzioni provenienti da quei Paesi, in relazione alle tecniche di produzione e conservazione delle merci, che dovrebbero rispondere agli stessi requisiti richiesti ai produttori europei. Contemporaneamente è necessario applicare la clausola di salvaguardia, come Coldiretti ha sostenuto presso i Ministeri competenti, per sospendere da subito le importazioni e ripristinare i normali dazi doganali. Altre azioni importanti per la tenuta complessiva del comparto risicolo italiano, la cui qualità è riconosciuta a livello mondiale, sono da attivare nei confronti di Enti Risi, la cui attività statutaria di promozione è oggi bloccata, e del sistema di commercializzazione delle varietà di riso, introducendo la possibilità di mettere in confezione e di vendere ai consumatori, risi di esclusiva varietà tipica, e di poterlo chiaramente pubblicizzare, e non come accade ora anche varietà similari ma meno pregiate, vigilando pure sulla percentuale di spezzato che troppo spesso eccede i limiti di legge. Inoltre ad una chiara etichettatura d’origine sulle zone di coltivazione del riso, dovrebbe accompagnarsi anche una norma che imponga alla ristorazione di evidenziare l’utilizzo di riso precotto (parboiled), oppure di riso cotto al momento, un po’ come succede con l’indicazione del pesce surgelato oppure fresco. Sua eccellenza il Prefetto di Ferrara, dott. Michele Tortora, al termine del colloquio con i vertici di Coldiretti Ferrara e dell’Emilia-Romagna, rappresentate dai presidenti Sergio Gulinelli e Mauro Tonello e dai direttori Luigi Zepponi e Marco Allaria Olivieri, ha espresso il suo interessamento nel rappresentare al Governo ed ai competenti ministeri la questione, rilevando e condividendo l’importanza del settore per l’agricoltura italiana e per quella ferrarese, compresi gli importanti risvolti sociali ed ambientali, oltre che economica del reddito dei produttori.
Coldiretti mobilitata di fronte all’allarme per la concorrenza sleale di riso dai paesi asiatici, con rischi sia sul fronte produttivo e commerciale ed anche della sicurezza alimentare. Consegnato dal presidente regionale MauroTonello al Prefetto di Ferrara un documento sul problema. Domani incontri nelle principali città delle regioni risicole.
Cresce l’allarme tra i risicoltori italiani per la concorrenza sleale del riso di importazione provenienti daipaesi asiatici. Nell’ambito dell’attuale regime speciale a favore dei Paesi meno avanzati (Pma), i dazi della tariffa doganale comune sono totalmente aboliti per tutti i prodotti provenienti da tali nazioni, tranne per le armi e le munizioni; questo regime è conosciuto anche con l’acronimo inglese Eba (“Everything But Arms” corrispondente a “Tutto tranne le armi”). Questa liberalizzazione ha favorito, nel tempo, le importazioni di riso provenienti dai Paesi Meno Avanzati verso l’Unione Europea, determinando a partire dal 2008 un incremento crescente delle importazioni. I Pma, in particolare Cambogia e Myanmar, hanno effettuato numerosi investimenti in infrastrutture e reti commerciali, con l’obiettivo dichiarato di superare i 5,5 milioni di tonnellate di esportazione, pari a oltre il doppio dell’intero fabbisogno dell’Ue. Il confronto tra il dato di importazione nella campagna 2012/2013 (190.035 tonnellate) e il dato di importazione nella campagna 2008/2009 con un incremento di 179.941 tonnellate (+1783%) delle importazioni dai Paesi menoavanzati, evidenzia che si sta andando in questa direzione. In Italia, tale trend ha comportato nel tempo la riduzione della coltivazione di riso varietà indica, che nel 2014, come riportano i dati divulgati dall’Ente Nazionale Risi, evidenziano una riduzione di 15.446 ettari (-21,6%), e la conseguenza di un minor quantitativo a disposizione dell’industria di trasformazione nazionale. Il primo elemento di preoccupazione è che il prodotto importato è introdotto a prezzi vantaggiosi rispetto a quelli delle nostre produzioni, determinando una concorrenza sleale con le produzioni italiane e, in particolare, una probabile riduzione della coltivazione di riso varietà Indica che potrà essere solo parzialmente riconvertita nella coltivazione della varietà japonica, causando una conseguente eccedenza inquesto comparto e quindi quotazioni mercantili al ribasso. Ma l’elemento che maggiormente preoccupa è che i prodotti provenienti da tali Paesi, non offrono sufficienti garanzie in termini di sicurezza alimentare per il consumatore in quanto, le tecniche colturali, il sistema produttivo complessivo ed i controlli non sono adeguati e rispondenti alle norme utilizzate in ambito Ue, esponendo il consumatore europeo ai rischi legati alla mancanza di un corretto controllo sanitario, evidenziato in più occasioni dall’EFSA, che ha rilevato residui di prodotti chimici non ammessi per la coltura. Si è già riscontrato nel 2013 un abbassamento dei ricavi complessivi delle aziende risicole italiane produttrici di indica, infatti considerati i prezzi medi di campagna, le aziende risicole, ricaveranno circa 126 milioni di euro con una perdita di 30 milioni di € (i costi di produzione sono stimati a circa 156 milioni di euro). Al fine di tutelare una della produzioni più tipiche e tradizionali delle pianure italiane, messa sotto pressione dal dumping commerciale attuato dai Paesi terzi ove le tutele sociali ed ambientali non corrispondono agli standard obbligatori europei, si rendenecessario porre maggiore attenzione su tutta la materia concernente la sanità delle produzioni provenienti da quei Paesi, in relazione alle tecniche di produzione e conservazione delle merci, che dovrebbero rispondere agli stessi requisiti richiesti ai produttori europei. Contemporaneamente è necessario applicare la clausola di salvaguardia, come Coldiretti ha sostenuto presso i Ministeri competenti, per sospendere da subito le importazioni e ripristinare i normali dazi doganali. Altre azioni importanti per la tenuta complessiva del comparto risicolo italiano, la cui qualità è riconosciuta a livello mondiale, sono da attivare nei confronti di Enti Risi, la cui attività statutaria di promozione è oggi bloccata, e del sistema di commercializzazione delle varietà di riso, introducendo la possibilità di mettere in confezione e di vendere ai consumatori, risi di esclusiva varietà tipica, e di poterlo chiaramente pubblicizzare, e non come accade ora anche varietà similari ma meno pregiate, vigilando pure sulla percentuale di spezzato che troppo spesso eccede i limiti di legge. Inoltre ad una chiara etichettatura d’origine sulle zone di coltivazione del riso, dovrebbe accompagnarsi anche una norma che imponga alla ristorazione di evidenziare l’utilizzo di riso precotto (parboiled), oppure di riso cotto al momento, un po’ come succede con l’indicazione del pesce surgelato oppure fresco. Sua eccellenza il Prefetto di Ferrara, dott. Michele Tortora, al termine del colloquio con i vertici di Coldiretti Ferrara e dell’Emilia-Romagna, rappresentate dai presidenti Sergio Gulinelli e Mauro Tonello e dai direttori Luigi Zepponi e Marco Allaria Olivieri, ha espresso il suo interessamento nel rappresentare al Governo ed ai competenti ministeri la questione, rilevando e condividendo l’importanza del settore per l’agricoltura italiana e per quella ferrarese, compresi gli importanti risvolti sociali ed ambientali, oltre che economica del reddito dei produttori.
mercoledì 9 luglio 2014
COLDIRETTI: INCONTRO CON IL PREFETTO DI FERRARA PER LA DIFESA DEL NOSTRO RISO
Fonte: Coldiretti Ferrara
Vertice in Prefettura a Ferrara per affrontare il problema della difesa del riso italiano, alla presenza dei presidenti regionale e provinciale di Coldiretti. E’ allarme per le importazioni che mettono a rischio il reddito dei produttori ed ingannano i consumatori.
Domani, giovedì 10 luglio, alle 11.00 Coldiretti consegnerà al prefetto di Ferrara, Michele Tortora, un documento per la difesa del riso italiano. Il presidente regionale dell’Emilia-Romagna, Mauro Tonello e il direttore Marco Allaria Olivieri, con una delegazione composta tra gli altri dal presidenteprovinciale, Sergio Gulinelli, e dal direttore, Luigi Zepponi, illustreranno al rappresentante del Governo la difficile situazione dei produttori italiani di riso. Ogni anno migliaia di tonnellate di questo prodotto proveniente dai paesi asiatici, e in particolar modo da Cambogia e Myanmar – ricorda Coldiretti – entrano in Europa a dazio zero e a prezzi troppo bassi, a causa di un dumping sociale e commerciale che mette fuori gioco i produttori italiani. In Emilia Romagna, gli scarsi margini diguadagno stanno già spingendo gli agricoltori ad abbandonare questa coltivazione a favore di altre più redditizie. La diminuzione delle superfici si ripercuote anche lungo la filiera con la perdita di molti posti di lavoro. Poiché la tracciabilità del prodotto non è obbligatoria e non esiste una normativa che imponga di scrivere sulle confezioni dove è stato coltivato il riso che compriamo – commenta Coldiretti – al danno economico e sociale per la crisi di un compartoproduttivo, si somma la beffa per i consumatori. Per questo Coldiretti sostiene la necessità di una nuova legge per la regolamentazione del commercio interno che garantisca non solo il lavoro dei nostri agricoltori, ma anche i cittadini attraverso l’obbligo di indicazione dell’origine e l’etichettatura del riso per evitare confusioni tra riso prodotto in Italia e riso importato. Nel documento che sarà presentato al prefetto, Coldiretti chiede anche una revisione del funzionamento delle Borse Merci e una corretta valutazione da parte delGoverno sull’operatività dell’Ente Nazionale Risi. E’ necessario – conclude la Coldiretti – un provvedimento nazionale che disciplini meglio l’attività di enti e organismi che interagiscono con il settore. L’Italia è il maggior produttore europeo di riso, con più di un milione 400 mila tonnellate annui, coltivate su 216 mila ettari. In Emilia Romagna la produzione di riso si avvicina a 40 mila tonnellate coltivate su una superficie di 6.500 ettari prevalentemente in provincia di Ferrara, che assomma circa 5.300 ettari, tra i quali anche una larga parte del riso IGP del Delta del Po, nelle aree più vocate, ovvero il basso ferrarese con in particolare i comuni di Codigoro, Jolanda, Fiscaglia e Berra.
Vertice in Prefettura a Ferrara per affrontare il problema della difesa del riso italiano, alla presenza dei presidenti regionale e provinciale di Coldiretti. E’ allarme per le importazioni che mettono a rischio il reddito dei produttori ed ingannano i consumatori.
Domani, giovedì 10 luglio, alle 11.00 Coldiretti consegnerà al prefetto di Ferrara, Michele Tortora, un documento per la difesa del riso italiano. Il presidente regionale dell’Emilia-Romagna, Mauro Tonello e il direttore Marco Allaria Olivieri, con una delegazione composta tra gli altri dal presidenteprovinciale, Sergio Gulinelli, e dal direttore, Luigi Zepponi, illustreranno al rappresentante del Governo la difficile situazione dei produttori italiani di riso. Ogni anno migliaia di tonnellate di questo prodotto proveniente dai paesi asiatici, e in particolar modo da Cambogia e Myanmar – ricorda Coldiretti – entrano in Europa a dazio zero e a prezzi troppo bassi, a causa di un dumping sociale e commerciale che mette fuori gioco i produttori italiani. In Emilia Romagna, gli scarsi margini diguadagno stanno già spingendo gli agricoltori ad abbandonare questa coltivazione a favore di altre più redditizie. La diminuzione delle superfici si ripercuote anche lungo la filiera con la perdita di molti posti di lavoro. Poiché la tracciabilità del prodotto non è obbligatoria e non esiste una normativa che imponga di scrivere sulle confezioni dove è stato coltivato il riso che compriamo – commenta Coldiretti – al danno economico e sociale per la crisi di un compartoproduttivo, si somma la beffa per i consumatori. Per questo Coldiretti sostiene la necessità di una nuova legge per la regolamentazione del commercio interno che garantisca non solo il lavoro dei nostri agricoltori, ma anche i cittadini attraverso l’obbligo di indicazione dell’origine e l’etichettatura del riso per evitare confusioni tra riso prodotto in Italia e riso importato. Nel documento che sarà presentato al prefetto, Coldiretti chiede anche una revisione del funzionamento delle Borse Merci e una corretta valutazione da parte delGoverno sull’operatività dell’Ente Nazionale Risi. E’ necessario – conclude la Coldiretti – un provvedimento nazionale che disciplini meglio l’attività di enti e organismi che interagiscono con il settore. L’Italia è il maggior produttore europeo di riso, con più di un milione 400 mila tonnellate annui, coltivate su 216 mila ettari. In Emilia Romagna la produzione di riso si avvicina a 40 mila tonnellate coltivate su una superficie di 6.500 ettari prevalentemente in provincia di Ferrara, che assomma circa 5.300 ettari, tra i quali anche una larga parte del riso IGP del Delta del Po, nelle aree più vocate, ovvero il basso ferrarese con in particolare i comuni di Codigoro, Jolanda, Fiscaglia e Berra.
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martedì 19 luglio 2011
ORTOFRUTTA: LA COOPERAZIONE INDICA LA VIA PER USCIRE DALLA CRISI
Fonte: Confcooperative Ferrara
Il settore sta vivendo una delle campagne più difficili di tutti i tempi con prezzi,
per pesche e nettarine, pari a 0,20-0,25 centesimi di euro al chilo, inferiori alla metà dei costi di produzione
(Ferrara, 19 Luglio 2011). Grande mobilitazione anche degli agricoltori ferraresi di fronte alla grave crisi che sta interessando l’ortofrutta estiva, in particolare pesche, nettarine e susine, ma anche albicocche, angurie e meloni con quotazioni in calo mediamente di oltre il 30% rispetto all’anno scorso.
Per fronteggiare questa situazione decisamente pesante e preoccupante, che rischia tra l’altro di mettere a repentaglio numerosi posti di lavoro, le centrali cooperative dell’Emilia Romagna hanno messo a punto un documento con alcune proposte concrete che sono state presentate questa mattina al Prefetto di Ferrara Dott.ssa Provvidenza Raimondo invitata a rendersi portavoce nei confronti delle autorità nazionali ed europee per superare l’attuale congiuntura negativa in maniera rapida e definitiva.
All’incontro hanno preso parte il Presidente di Confcooperative di Ferrara Roberto Crosara, il Presidente di Legacoop Ferrara Andrea Benini, il referente per AGCI Agrital Ferrara Giuliano Grandi, la vicepresidente e il direttore di Confagricoltura Ferrara Raffaella Cavicchi e Tiziano Artioli e il Presidente di CIA Ferrara Ferrari Mauro. Erano inoltre presenti Luciano Torreggini Presidente Patfrut, Roberto Cera Presidente Naturitalia, Mauro Grossi Presidente A.F.E. come rappresentanti delle principali cooperative ortofrutticole del territorio ferrarese.
Nel documento consegnato al Prefetto e condiviso anche dalle Organizzazioni Professionali presenti si chiede innanzitutto che l’Unione Europea porti al 10% la percentuale massima della produzione di pesche e nettarine ritirabile dal mercato, incentivando la destinazione del prodotto alla distribuzione gratuita a favore degli indigenti. Parallelamente, occorre anche adeguare i massimali di aiuto previsti dalla normativa comunitaria per questi ritiri. Le attuali misure di prevenzione e gestione delle crisi di mercato si sono infatti dimostrate inadeguate a tutelare i produttori e pertanto appare indispensabile modificare l’Organizzazione Comune di Mercato (OCM). Oltre a cambiare le regole sui ritiri, sarebbe opportuno anche favorire l’istituzione di un fondo destinato ad assicurare crediti derivanti da esportazioni verso Paesi terzi e la costituzione di fondi mutualistici cofinanziati dalle Ue e gestibili direttamente dalle Op o dalle Aop per sostenere i prezzi in caso di crisi, nonché valutare nuove forme assicurative per garantire ai produttori la salvaguardia del reddito. Infine, risulta indispensabile aprire un tavolo di confronto con la Grande Distribuzione che porti all’approvazione di un “codice etico” in grado di tutelare meglio i diversi protagonisti del settore ed in particolare i produttori, che oggi rappresentano l’anello debole della filiera. Tutto ciò attraverso il raggiungimento di obiettivi quali la trasparenza delle pratiche commerciali, la realizzazione di azioni promozionali concordate, la corretta informazione sui prodotti ortofrutticoli proposti nei punti vendita delle diverse catene commerciali.
Questo pacchetto di misure, urgenti ed improcrastinabili, rappresenta, secondo tutti i presenti, la via maestra da seguire per salvare il sistema ortofrutticolo da una gravissima crisi (la quinta in otto anni) in cui ai problemi oramai “storici” della peschicoltura emiliano-romagnola si sommano numerosi fattori congiunturali. Tra questi, innanzitutto la drastica contrazione dei consumi determinata dall’ingiustificato allarme Escherichia Coli che inizialmente ha interessato soltanto i prodotti orticoli, come cetrioli, pomodori e insalate, ma poi si è progressivamente allargato anche a molte produzioni frutticole. Un altro fenomeno alla base dell’attuale crisi dell’ortofrutta è da ricercare nell’anomalo andamento climatico, che da un lato non ha favorito i consumi (diminuiti anche a causa della crisi economica) e dall’altro ha accorciato i tempi di maturazione provocando una imprevedibile sovrapposizione della produzione di diverse aree (nord e sud Italia, Spagna, Francia e Grecia) arrivata contemporaneamente sul mercato. A complicare ulteriormente la già difficile situazione ha contribuito anche la politica commerciale adottata dalla GDO che, come testimonia la mancata firma dell’accordo interprofessionale per le pesche, si è mostrata insensibile alla straordinaria crisi vissuta dal comparto.
Il settore sta vivendo una delle campagne più difficili di tutti i tempi con prezzi,
per pesche e nettarine, pari a 0,20-0,25 centesimi di euro al chilo, inferiori alla metà dei costi di produzione
(Ferrara, 19 Luglio 2011). Grande mobilitazione anche degli agricoltori ferraresi di fronte alla grave crisi che sta interessando l’ortofrutta estiva, in particolare pesche, nettarine e susine, ma anche albicocche, angurie e meloni con quotazioni in calo mediamente di oltre il 30% rispetto all’anno scorso.
Per fronteggiare questa situazione decisamente pesante e preoccupante, che rischia tra l’altro di mettere a repentaglio numerosi posti di lavoro, le centrali cooperative dell’Emilia Romagna hanno messo a punto un documento con alcune proposte concrete che sono state presentate questa mattina al Prefetto di Ferrara Dott.ssa Provvidenza Raimondo invitata a rendersi portavoce nei confronti delle autorità nazionali ed europee per superare l’attuale congiuntura negativa in maniera rapida e definitiva.
All’incontro hanno preso parte il Presidente di Confcooperative di Ferrara Roberto Crosara, il Presidente di Legacoop Ferrara Andrea Benini, il referente per AGCI Agrital Ferrara Giuliano Grandi, la vicepresidente e il direttore di Confagricoltura Ferrara Raffaella Cavicchi e Tiziano Artioli e il Presidente di CIA Ferrara Ferrari Mauro. Erano inoltre presenti Luciano Torreggini Presidente Patfrut, Roberto Cera Presidente Naturitalia, Mauro Grossi Presidente A.F.E. come rappresentanti delle principali cooperative ortofrutticole del territorio ferrarese.
Nel documento consegnato al Prefetto e condiviso anche dalle Organizzazioni Professionali presenti si chiede innanzitutto che l’Unione Europea porti al 10% la percentuale massima della produzione di pesche e nettarine ritirabile dal mercato, incentivando la destinazione del prodotto alla distribuzione gratuita a favore degli indigenti. Parallelamente, occorre anche adeguare i massimali di aiuto previsti dalla normativa comunitaria per questi ritiri. Le attuali misure di prevenzione e gestione delle crisi di mercato si sono infatti dimostrate inadeguate a tutelare i produttori e pertanto appare indispensabile modificare l’Organizzazione Comune di Mercato (OCM). Oltre a cambiare le regole sui ritiri, sarebbe opportuno anche favorire l’istituzione di un fondo destinato ad assicurare crediti derivanti da esportazioni verso Paesi terzi e la costituzione di fondi mutualistici cofinanziati dalle Ue e gestibili direttamente dalle Op o dalle Aop per sostenere i prezzi in caso di crisi, nonché valutare nuove forme assicurative per garantire ai produttori la salvaguardia del reddito. Infine, risulta indispensabile aprire un tavolo di confronto con la Grande Distribuzione che porti all’approvazione di un “codice etico” in grado di tutelare meglio i diversi protagonisti del settore ed in particolare i produttori, che oggi rappresentano l’anello debole della filiera. Tutto ciò attraverso il raggiungimento di obiettivi quali la trasparenza delle pratiche commerciali, la realizzazione di azioni promozionali concordate, la corretta informazione sui prodotti ortofrutticoli proposti nei punti vendita delle diverse catene commerciali.
Questo pacchetto di misure, urgenti ed improcrastinabili, rappresenta, secondo tutti i presenti, la via maestra da seguire per salvare il sistema ortofrutticolo da una gravissima crisi (la quinta in otto anni) in cui ai problemi oramai “storici” della peschicoltura emiliano-romagnola si sommano numerosi fattori congiunturali. Tra questi, innanzitutto la drastica contrazione dei consumi determinata dall’ingiustificato allarme Escherichia Coli che inizialmente ha interessato soltanto i prodotti orticoli, come cetrioli, pomodori e insalate, ma poi si è progressivamente allargato anche a molte produzioni frutticole. Un altro fenomeno alla base dell’attuale crisi dell’ortofrutta è da ricercare nell’anomalo andamento climatico, che da un lato non ha favorito i consumi (diminuiti anche a causa della crisi economica) e dall’altro ha accorciato i tempi di maturazione provocando una imprevedibile sovrapposizione della produzione di diverse aree (nord e sud Italia, Spagna, Francia e Grecia) arrivata contemporaneamente sul mercato. A complicare ulteriormente la già difficile situazione ha contribuito anche la politica commerciale adottata dalla GDO che, come testimonia la mancata firma dell’accordo interprofessionale per le pesche, si è mostrata insensibile alla straordinaria crisi vissuta dal comparto.
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