lunedì 2 settembre 2013
LE ORGANIZZAZIONI PROFESSIONALI AGRICOLE FERRARESI: L’AMBIENTE FERRARESE E’ DELICATO E VA PRESERVATO. SERVE UNA BUONA AGRICOLTURA
Gli agricoltori ferraresi chiedono attenzione nelle valutazioni e correttezza nelle comunicazioni, evitando di dare colpe all’intera categoria, richiamando tutte le attività alle loro responsabilità nei confronti dell’ambiente e del territorio, che occorre gestire al meglio nell’interesse di tutti.
Diversi episodi verificatisi nelle settimane scorse hanno riportato l’attenzione sul tema della fragilità ambientale della nostra provincia e sui fenomeni che purtroppo hanno segnato e continuano a segnare negativamente il rapporto tra attività umane ed ambiente naturale. E purtroppo – si rammaricano Coldiretti, CIA e CONFAGRICOLTURA di Ferrara – in modo scorretto e semplicistico si è puntato l’indice sull’agricoltura, sia per quanto riguarda l’inquinamento che ha portato al divieto di balneazione su una parte dei nostri lidi, sia relativamente ad altri episodi comparsi sulla stampa locale. Le Organizzazioni Agricole ferraresi ricordano ed evidenziano che gli agricoltori della nostra provincia, in virtù di particolari norme (determinate peraltro sulla base di una classificazione amministrativa e non tecnica di “zona vulnerabile ai nitrati”), sono tenuti alla distribuzione di fertilizzanti azotati, compresi quelli di origine organica, quali liquami e letame, in ragione della metà dei quantitativi ammessi nel resto della regione Emilia-Romagna, e questo nonostante la conclamata carenza di sostanza organica in molti terreni ferraresi. Sostanza organica tra l’altro necessaria in particolare nelle coltivazioni biologiche e come presupposto per la conservazione di un suolo “attivo”, in quanto il suolo agrario non è un substrato inerte, ma svolge anche un’ attività di “filtro” rispetto a molte sostanze, contribuendo a migliorare l’ambiente e soprattutto le qualità delle acque, uno dei principali elementi di delicato equilibrio per la sopravvivenza stessa del territorio ferrarese. Stupisce, a detta delle organizzazioni agricole, che siano contenuti in articoli e comunicati stampa, riferimenti preconcetti ad un tipo di attività agricola che da decenni non viene più praticata, semmai lo sia stata in passato, con richiami ad uso di “veleni” del tutto incongruo e scorretto. Tra l’altro la connessione tra gli inquinamenti fecali che hanno portato al divieto di balneazione di una parte dei lidi comacchiesi, e presunti sgrondi inquinanti di fertilizzanti agricoli organici, in quasi assenza di piogge significative, appare piuttosto azzardata, considerato anche il fatto che nel territorio ferrarese il numero di allevamenti è ormai talmente esiguo che gli effluenti sono appena sufficienti per la concimazione organica delle aziende su cui insistono gli stessi allevamenti e poco più. Tra l’altro i terreni sabbiosi hanno la caratteristica di assorbire e degradare velocemente la sostanza organica, mentre quelli torbosi non vengono interessati da questo tipo di concimazione in quanto non ne necessitano. Nel periodo particolare richiamato da alcuni, ovvero fine luglio 2013, erano appena iniziati, ed in poche aziende, i consueti lavori di aratura e preparazione dei terreni per le colture autunnali e primaverili ed è buona pratica, oltre che prescritto da norme e regolamenti provinciali e comunali, provvedere all’interramento pressoché immediato dei cumuli di letame o dei liquami zootecnici eventualmente apportati ai fondi, in modo da evitare dilavamenti superficiali e diffusione nelle reti superficiali, peraltro si ripete difficile, dato il lungo periodo senza precipitazioni piovose significative. E’ d’altra parte evidentemente interesse diretto dei produttori evitare che vi siano dispersioni superficiali di effluenti, anziché la collocazione nello strato attivo del suolo, dove nitrati e fosfati vengono immobilizzati e costituiscono la riserva alimentare per le colture agrarie successive, e quindi l’interramento avviene nel più breve tempo possibile. Assai più probabile, a parere degli agricoltori ferraresi, uno stretto collegamento con i by-pass dei depuratori dell’area costiera (e non solo) rispetto agli effluenti provenienti dai terreni agricoli, fenomeno peraltro riscontrato anche in altri territori, anche all’interno del Parco del Delta del Po, area già indagata da esperti della nostra Università che hanno rilevato effluenti di origine non agricola quale causa di inquinamenti e problemi all’ecosistema vallivo e marino a valle di canali di scolo che intercettano le acque di sfioramento di depuratori e sistemi fognari cittadini. Un approfondito studio della stessa Università di Ferrara, all’interno di uno specifico progetto comunitario, svolto con il Parco Scientifico Agro Alimentare, ha rilevato viceversa il ruolo positivo dei terreni nel migliorare la qualità delle acque, con una sorta di “effetto filtro” per nutrienti ed altre sostanze che dal passaggio nei suoli agricoli vengono in qualche modo ripulite e scaricate nei sistemi idraulici, più pulite rispetto all’entrata e dunque la necessità di rivedere la zonizzazione delle aree vulnerabili in ragione di dati tecnici obiettivi, senza penalizzare l’intera provincia limitando aprioristicamente la gestione delle concimazioni da parte degli agricoltori ferraresi. E’ certo che la complessità e la delicatezza del nostro territorio, concludono le organizzazioni agricole, richiede azioni concertate e coordinate tra i tanti, forse troppi, enti che hanno competenze su acque, terreni, bonifiche, salute dei cittadini, attivando rigorosi controlli nei casi ove non si rispettino le norme e sanzionando non solo gli agricoltori ma chiunque interagisca con l’ambiente e ne provochi uno squilibrio od un danno comprovato.
giovedì 1 agosto 2013
LA MORIA DI PESCI E MOLLUSCHI SUL LITORALE NON È FENOMENO CAUSATO DA INQUINAMENTO
La morìa di pesci e molluschi avvenuta recentemente su alcuni tratti del litorale ferrarese è un fenomeno già accaduto circa quindici giorni fa in laguna di Venezia, con rilevante epidemia di pesce giunto fino nel Canal Grande, successivamente nella Valle di Gorino e poi in vari punti della costa ferrarese (Lidi di Volano, Nazioni, Pomposa e Scacchi) e ravennate, a Casal Borsetti. Tali morie sono causate dalle crisi anossiche (totale assenza di ossigeno disciolto nella colonna d’acqua) e quindi da condizioni non idonee alla vita degli organismi che vivono a stretto contatto dei fondali. L’anossia delle acque è stata rilevata anche dalla rete di monitoraggio che gestisce la Provincia di Ferrara, nella stazione di monitoraggio in mare al termine della diga foranea di Porto Garibaldi, e in Sacca, nelle varie stazioni dove l’ossigeno, soprattutto durante la notte e le prime ore del mattino, raggiunge valori prossimi allo zero e le temperature dell’acqua hanno raggiunto i 33 gradi centigradi in laguna e i 30,5 in mare. Causa principale è il particolare andamento meteorologico della scorsa primavera ed inizio estate, con abbondanti precipitazioni prima (con significativi apporti di nutrienti) e caldo anomalo poi. Fattori che hanno prodotto condizioni eutrofiche con produzioni di biomassa abbondanti (alghe e fitoplancton) e successivamente condizioni distrofiche, dovute alle alte temperature e ridotto idrodinamismo, che portano alla decomposizione degli organismi vegetali, con il conseguente consumo della maggior parte di ossigeno presente nell’acqua. I fenomeni sono principalmente localizzati in aree a ridotto idrodinamismo (scarsa circolazione delle acque): ad esempio in Sacca di Goro, in particolare nella Valle di Gorino, dove per cercare di limitare e ridurre il fenomeno la Provincia ha attivato 10 pompe, tuttora in funzione, per indurre una circolazione forzata e impedire che l’acqua anossica generata venga spostata verso le aree produttive della laguna, nelle aree retrostanti le scogliere, lungo il litorale e a Casal Borsetti. Pertanto i fenomeni che stanno accadendo sono di origine naturale e non riconducibili a problemi di inquinamento. “Per cercare di ridurre il problema occorrerebbe limitare il fenomeno dell’eutrofizzazione delle acque costiere – spiega la dirigente del settore Ambiente ed Agricoltura della Provincia, Paola Magri - che significa limitare il consistente apporto di nutrienti che derivano dall’intero bacino del Fiume Po”.
mercoledì 7 aprile 2010
DOPO LA MAREA OLEOSA SUL PO INCONTAMINATE LE ACQUE DEL CER, IMPORTANTE ASTA IDRICA EMILIANO-ROMAGNOLA
MASSIMO GARGANO (Presidente A.N.B.I.): “COME SEMPRE, L’ITALIA HA LA MEMORIA CORTA: LO SCAMPATO PERICOLO NON DEVE FARE DIMENTICARE LA NECESSITA’ DELLA PREVENZIONE AMBIENTALE. DOVESSE RIPETERSI OGGI L’INQUINAMENTO,
SAREBBE UNA SCIAGURA NON SOLO AMBIENTALE, MA ECONOMICA”
Ad un mese e mezzo da quello, che è stato definito il più grave disastro ambientale nella storia del fiume Po (il 24 febbraio, migliaia di metri cubi di petrolio grezzo e idrocarburi defluirono nel fiume Lambro, raggiungendo successivamente la principale asta fluviale italiana), il Consorzio Canale Emiliano Romagnolo (C.E.R.) ha eseguito un campionamento delle acque e dei sedimenti superficiali, in prossimità dell’opera di presa idraulica “Palantone” a Salvatonica di Bondeno; l’obbiettivo era valutare il rischio di inquinamento del Cavo Napoleonico e dell’asta del C.E.R. alla vigilia della stagione irrigua.
I risultati delle analisi, scaricabili dal sito http://www.consorziocer.it/, sono rassicuranti per l’utenza: la qualità delle acque non è stata contaminata.
Il sistema di monitoraggio ed analisi delle acque del C.E.R. resterà comunque allertato ed ulteriori analisi verranno effettuate ove e quando se ne ravvisasse la necessità.
I 200 chilometri, che separano le barriere predisposte ad Isola Serafini dal punto di presa del C.E.R. e le contemporanee piene del Panaro, che hanno spinto le acque inquinate verso la sponda opposta del Po, hanno evitato che chiazze oleose ed idrocarburi raggiungessero l’impianto del Palantone.
“Lo scampato pericolo – commenta Massimo Gargano, Presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (A.N.B.I.) – non deve però far dimenticare, come purtroppo sta avvenendo, quanto si evidenziava, come priorità, nei giorni dell’emergenza: la necessità della prevenzione. Ancora oggi mi chiedo come possano accadere simili episodi: basterebbe applicare le norme di sicurezza ambientale, che si applicano alle aziende agricole. Se lo sversamento di petrolio fosse avvenuto fra qualche giorno, a stagione irrigua avviata, avrebbe comportato non solo gravi ripercussioni ecologiche, ma anche pesanti conseguenze economiche per il settore primario padano: il blocco dell’irrigazione comporterebbe, se prolungato nei giorni, danni per milioni di euro alle coltivazioni in campo.”
venerdì 26 febbraio 2010
SVERSAMENTO DI PETROLIO NEL LAMBRO: NESSUN PROBLEMA PER LE ACQUE DEL BURANA
LE EMERGENZE AMBIENTALI DEL PAESE HANNO UNA SOLA RISPOSTA: LA PREVENZIONE
“L’emergenza idrogeologica del territorio e la grande macchia oleosa sul fiume Po devono obbligare ad un’univoca riflessione: la necessità della prevenzione.”
Lo afferma Massimo Gargano, Presidente dell’Associazione Nazionale Bonifiche e Irrigazioni (A.N.B.I.) a margine della Preconferenza Organizzativa dei Consorzi di bonifica del Nordest, svoltasi a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso. Intervenendo sull’allarme ambientale, che sta interessando il più grande fiume italiano, aggiunge: “Sarebbe bastato che lo sversamento di petrolio fosse avvenuto fra qualche settimana (a stagione irrigua avviata) e quello che oggi è un gravissimo danno ambientale si sarebbe rivelato anche una iattura economica dalle pesanti conseguenze per il settore primario padano. Il paventato blocco dell’irrigazione, infatti, comporterebbe, se prolungato nei giorni, danni per milioni di euro alle coltivazioni in campo che, lungo l’asta del Po, vanno dai seminativi all’ortofrutta fino all’aglio IGP ed ai prati stabili; senza contare l’enorme tragedia, che rappresenterebbe l’ingresso della massa oleosa nel delta polesano e le ancora incerte conseguenze, che potrebbero avere, per la salubrità idrica, i depositi di sostanze inquinanti rilasciati sul fondo dalla macchia oleosa. Non capisco perché – insiste Gargano – al deposito di Villasanta non siano state applicate quelle norme di prevenzione ambientale che, invece, sono imposte alle aziende agricole.”
Intervenendo sulla situazione idrogeologica a Nordest, Gargano ha ricordato come dal quotidiano lavoro dei Consorzi di bonifica sia scaturita la proposta di Piano Nazionale per la Riduzione del Rischio Idrogeologico, fatto di progetti perlopiù immediatamente cantierabili: nel Veneto si tratta di 346 progetti per un importo complessivo di 703 milioni di euro; in Friuli Venezia Giulia, i progetti sono 6 per una spesa totale di 323 milioni di euro; in Trentino Alto Adige, 1 progetto per un importo di 3 milioni di euro; prevedono perlopiù interventi di manutenzione e adeguamento della rete idraulica di scolo delle acque a difesa dei centri abitati.